Stefano Amadeo è, insieme a Stefano Zaninotti, ideatore e fondatore di Diversity Ark, nata nel 2022 con l’obiettivo di divulgare un  nuovo modello di certificazione di sostenibilità ambientale.

Stefano, può illustrare ai nostri lettori qual è la vision sottostante al progetto di Diversity Ark e descrivere le caratteristiche principali del modello?

Alla base della nostra idea c’è una semplice presa di coscienza: lo sfruttamento del terreno, delle piante e delle sue risorse allo scopo di massimizzare la produttività è una visione miope che non è destinata a far progredire davvero l’umanità e l’ambiente in cui vive.

Abbiamo voluto fornire agli agricoltori delle linee guida che li aiutassero a prendere decisioni gestionali e operative che non danneggiano l’ambiente e non mettono a rischio la grande ricchezza della natura.

Il modello di certificazione ha ottenuto la registrazione in Italia a dicembre 2022 e a livello europeo a febbraio 2023; ad oggi sono già molte le aziende vitivinicole che hanno aderito al progetto; l’ente che rilascia la certificazione è CSQA.

A quali realtà è destinato il modello che avete ideato?

Ci rivolgiamo alle aziende agricole, principalmente vinicole, di qualunque dimensione; abbiamo allo stato aziende di 15 ettari come di oltre cento ettari di superficie vitata; il requisito essenziale non è il volume d’affari, ma la consapevolezza che l’azione produttiva ha enorme impatto sull’ambiente che ci circonda. Le aziende a cui ci rivolgiamo possono anche non avere alcuna certificazione; viceversa possono essere aziende già certificate Bio oppure dotate di altre certificazioni ambientali; ciò che conta è che siamo evolute sul fronte della sensibilità ambientale. 

Quali sono i pilastri del modello di certificazione che proponete?

Il principio base a cui ci ispiriamo, e che deve essere rispettato dalle aziende che richiedono la certificazione, è che per valutare la vitalità e la potenzialità del vigneto sia necessaria l’analisi di tre macro-aree: il suolo, la presenza di insetti e lo stato della vegetazione. 

Le analisi vengono condotte applicando un metodo scientifico che misura alcuni indicatori, pensati per vincolare l’azienda al rispetto di pratiche agronomiche e gestionali che rispettino la biodiversità e la salute dell’ambiente e dell’uomo. 

L’azienda che richiede la certificazione deve assumere l’impegno di permettere i controlli sulla biodiversità; devono essere adottate forme di monitoraggio in campo, applicate strategie integrate o biologiche, utilizzati modelli previsionali o stazioni di rilevamento di dati climatici. 

Grande attenzione dedica il disciplinare al divieto di prodotti fitosanitari o fertilizzanti nocivi, come pure agrofarmaci con azione erbicida; altro aspetto che contraddistingue il modello è l’attenzione alle microplastiche presenti nel vigneto, che vengono misurate attraverso un attento riscontro empirico in campo. Se le verifiche vengono svolte principalmente nell’appezzamento oggetto di certificazione, non viene trascurato il contesto vegetazionale, vale a dire lo status dell’ambiente circostante il vigneto; il che significa valutare il contesto naturale in cui esso è inserito ma, anche e soprattutto, il tipo di cura che viene posta da parte dell’azienda certificata per migliorare detto contesto. 

Il modello attribuisce grande importanza alla formazione degli agricoltori. Qual è la finalità dei percorsi che prevedete?

Alla base di tutto deve esserci un’acquisizione di conoscenza e di consapevolezza: coloro che vogliono aderire al modello devono svolgere almeno due eventi formativi l’anno, su argomenti agro-ecologici. Non vogliamo impartire nozioni, ma desideriamo che le persone sviluppino una consapevolezza e una sensibilità alla tematica ambientale che può anche uscire dal proprio circoscritto raggio di azione. Abbiamo organizzato, ad esempio, un corso sull’importanza degli alberi monumentali per la tutela naturale, storica e paesaggistica, come pure un corso tenuto da un biologo marino sulla percezione del cambiamento climatico nelle acque. Valutiamo anche corsi che vengono proposti dalle stesse aziende certificate, se ritenuti funzionali alle finalità del modello.

Dopo questo primo anno di vista quali sono i vostri prossimi impegni?

Anzitutto intendiamo aggiornare il disciplinare dopo un anno di rodaggio, sulla base delle esperienze svolte; contiamo di lavorare molto sulla comunicazione, per divulgare le finalità della certificazione e le caratteristiche del modello; stiamo lavorando in ambito regionale affinchè la certificazione possa vedersi riconosciuto un punteggio nell’ambito delle graduatorie previste dai bandi pubblici, come pure siamo decisi ad impegnarci per il riconoscimento del marchio al di fuori della Unione Europea. 

Ci auguriamo che nel 2024 possano essere etichettate le prime bottiglie dotate della certificazione Diversity Ark.

Il nostro statuto prevede, inoltre, che almeno il 5 % dell’utile derivante dalla certificazione e dalle attività svolte dalla società detentrice del marchio venga destinato ad opere benefiche e di supporto a progetti di sviluppo agricolo sostenibile.