Dalla recente indagine Nomisma sulle caratteristiche socio-economiche dei vignaioli aderenti alla FIVI emerge un comparto attento alla sostenibilità, al valore sociale e alla qualità. Il sistema dei Vignaioli Indipendenti affronta sfide economiche, burocratiche e climatiche. Un appello per una politica di settore che difenda la sopravvivenza delle micro-imprese, fondamentali per il territorio e l’identità nazionale.

La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti ha recentemente dedicato una giornata di studio alla presentazione dei dati emersi da una survey svolta da Nomisma sul modello socio-economico dei vignaioli indipendenti italiani.

L’analisi evidenzia un quadro molto definito, con connotati marcati e elementi identitari forti: un patrimonio informativo che la comunicazione di questo segmento di filiera dovrà a nostro avviso valorizzare, sia nei confronti del mercato, per spiegare la filosofia che sta dietro la produzione dei vini, che delle Istituzioni, verso le quali è emersa una forte richiesta di attenzione e di semplificazione.

L’81% delle aree vitivinicole gestite dalle aziende FIVI interpellate si trova in zona collinare o montana, in aree c.d. “interne”, caratterizzate più frequentemente da fenomeni di abbandono; l’attività da esse svolta contribuisce alla difesa paesaggistica e sociale dei territori meno evoluti.

La produzione dei vignaioli indipendenti è espressione di una coltura ad alto reddito, con un valore della produzione di 5.500 euro per ettaro, che è seconda soltanto a quella della coltivazione di frutta, ma che supera di gran lunga quella dei cereali, quella olivicola e foraggera.

L’offerta di vino che proviene dai vignaioli FIVI ha un prezzo medio superiore alla media nazionale: parliamo di 7,7 euro franco cantina contro 3,6 euro della media italiana; le politiche di prezzo sono condizionate dal livello dei costi fissi che i piccoli vignaioli devono sostenere e della ridotta capacità di far economia di scala, in ragione della modesta entità della produzione. Pensiamo ad esempio ai costi connessi con l’adozione di un regime sostenibile, che il 60% dei vignaioli vede come un dovere sociale inderogabile.

Solo puntando ai vertici della piramide qualitativa i piccoli vignaioli indipendenti riescono a mantenere le condizioni di sussistenza sul mercato. Ben il 45% del campione dichiara infatti che le principali sfide che affrontano sono relative all’area della sostenibilità economica e reddituale.

D’altro canto, l’inserimento dei vini dei vignaioli FIVI nella fascia medio alta di prezzo della produzione contribuisce indirettamente alla reputazione e alla promozione dei territori di cui fanno parte.

Dal punto di vista sociale, i vignaioli indipendenti occupano in media 6,5 risorse e intrattengono di norma rapporti durevoli con le proprie risorse, contribuendo a dare stabilità e prospettive a una fascia di residenti delle aree in cui operano. Il 30% dei lavoratori impegnati nelle imprese dei vignaioli FIVI del campione ha un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, contro una media del settore agricolo italiano di appena il 10%; il 28% è costituito da lavoratori stranieri, contro il 19% della media agricola italiana e il 33% da donne, contro il 26% dell’intera filiera agricola.

Le cantine aderenti alla FIVI sostengono la vocazione del vino italiano nei confronti dell’estero: il 71% delle aziende vende oltre confine, con focus principale per il 28% nei confronti dell’Europa, il 72% extra- Europa, di cui il 31% verso gli USA.

Questo sistema valoriale merita un’attenzione specifica da parte delle Istituzioni. Il Presidente della FIVI Lorenzo Cesconi ha lanciato un appello affinchè, dal punto di vista contrattuale e degli strumenti di copertura finanziaria e assicurativa si tenga conto dei lunghi tempi di recupero dell’investimento vitivinicolo: il tempo di attesa grava maggiormente sull’equilibrio economico dei piccoli produttori, oggi condizionati negativamente anche dagli effetti imprevedibili del cambiamento climatico.

Matilde Poggi, Presidente della CEVI – Confederazione Europea Vignaioli Indipendenti, ha sottolineato la grande criticità di una burocrazia, che impedisce spesso ai più piccoli di accedere anche alle usuali misure di sostegno quali l’OCM promozione.

La burocrazia emerge, per il 29% del campione, come il principale ostacolo per l’attuazione di strategie sostenibili; solo il 14% delle imprese interpellate ha potuto accedere, negli ultimi 2 anni, al bando OCM Promozione: i limiti quantitativi previsti per l’accesso ai fondi tagliano spesso fuori un folto numero di aziende.

I piccoli produttori, indipendentemente da affiliazioni e raggruppamenti, rappresentano l’ossatura della filiera vitivinicola italiana. Una politica industriale mirata alla salvaguardia di questo fitto tessuto di microimprese sembra essere la via obbligata per contribuire a difendere la salute del comparto.


Punti chiave

  1. Impatto territoriale: il sistema dei Vignaioli Indipendenti contribuisce alla tutela di territori a rischio abbandono.
  2. Eccellenza qualitativa: la produzione dei vignaioli FIVI ha un prezzo superiore alla media nazionale
  3. Valore sociale: i Vignaioli Indipendenti stabiliscono legami durevoli con le proprie risorse
  4. Sfide economiche e burocratiche: i piccoli produttori hanno maggiori difficoltà a conseguire economie di scala
  5. La politica industriale deve difendere le microimprese, essenziali per la salute della filiera vitivinicola italiana