In un contesto economico instabile e intergenerazionale, collaborare significa integrare differenze, gestire il conflitto e costruire responsabilità condivisa. Sebastiano Zanolli spiega perché l’age integration e una comunicazione autentica siano oggi leve decisive per le imprese, soprattutto familiari, chiamate a trasformare il passaggio generazionale in una risorsa strategica.

Cosa significa collaborare? In un’epoca complessa come quella attuale, segnata da trasformazioni continue, accelerazioni tecnologiche e una crescente incertezza, c’è una dote, o skill, che si rivela sempre più imprescindibile nelle esperienze professionali, ma se vogliamo anche personali: la capacità di collaborare

Questa è la tesi di Sebastiano Zanolli, manager e formatore, autore di una lunga serie di pubblicazioni, tra cui l’ultima in ordine di tempo: “Collaborare a ogni età. Dall’age management all’age integration: capirsi e colmare la distanza fra diverse generazioni” (ROI Edizioni, 2025). 

Che si parli strettamente di imprese del vino, o di organizzazioni e realtà aziendali in altri ambiti, collaborazione è una parola chiave per definire tanti ambiti dell’operato di un’impresa, ma sopratutto un passaggio chiave: la comunicazione. Comunicazione interna, esterna, o anche tra generazioni. Quest’ultima in particolare è una tematica che le imprese di vino hanno molto a cuore oggi, il tanto “temuto” passaggio generazionale. 

Sebastiano, cosa significa collaborazione nel mondo del lavoro oggi e come è cambiata rispetto al passato?

Osservo da anni come lavorano le persone dentro le organizzazioni e oggi posso affermare che la collaborazione non è più “mettersi d’accordo”. È tenere insieme differenze: di competenze, di età, di visione, di linguaggi. In passato il lavoro era più stabile, più prevedibile. Ognuno aveva il suo ruolo e lo faceva bene.

Oggi il contesto cambia di continuo. Per questo collaborare significa riuscire a decidere insieme anche quando non si è d’accordo, anche quando le informazioni sono incomplete. È meno armonia e più responsabilità condivisa. Ed è molto più faticoso di prima.

Cosa fa la differenza in un’attività imprenditoriale oggi e perché?

La differenza, oggi, la fa la capacità di tenere le persone dentro al progetto, non solo il prodotto sul mercato. Le aziende che funzionano meglio sono quelle in cui le persone capiscono perché fanno quello che fanno e come il loro lavoro incide davvero.

Il contesto è complesso, i margini si assottigliano, la pressione aumenta. In questa situazione chi riesce a costruire fiducia interna, chiarezza nelle decisioni e senso di direzione ha un vantaggio enorme. Vale nel manifatturiero, nei servizi, nell’artigianato e anche nel vino.

Cos’è l’age integration di cui parli nel tuo nuovo libro?

Ne parlo perché la vedo mancare spesso. Age integration significa smettere di pensare per categorie rigide: giovani da una parte, senior dall’altra. E iniziare a lavorare su come queste differenze possono diventare una risorsa concreta.

Dal mio punto di vista, molte organizzazioni soffrono non perché hanno persone di età diverse, ma perché non hanno creato spazi di confronto vero tra generazioni. I giovani portano velocità, domande, nuovi codici. I più esperti portano profondità, memoria, capacità di leggere i contesti. Se queste due cose non dialogano, nasce attrito sterile. Se dialogano, nasce qualità.

Giovani e nuove generazioni: come comunicare con loro come consumatori e come collaboratori?

Non credo esistano formule valide per tutti. I giovani non chiedono solo di non essere semplificati. Chiedono anche di essere presi sul serio. Vogliono capire il senso di ciò che fanno e di ciò che consumano. Vogliono coerenza tra quello che un’azienda dice e quello che fa.

Questo vale sia come clienti sia come collaboratori. Oltre che imparare a parlare il loro linguaggio, serve condividere il contesto, spiegare le scelte, accettare il confronto. Quando sentono che c’è spazio per capire e contribuire, si ingaggiano. Quando percepiscono retorica o distanza, si sfilano.

Molte aziende vinicole sono imprese di famiglia e affrontano il passaggio generazionale. Quali mosse portano a un passaggio efficace?

Il passaggio generazionale funziona quando non è solo un trasferimento di potere, ma un passaggio di responsabilità graduale e accompagnato. Quando chi cede lascia davvero spazio e chi entra non deve dimostrare tutto subito.

Funziona quando si chiariscono i ruoli, quando si parla apertamente di aspettative, quando si accetta che il modo di fare le cose cambierà. Non perché il passato fosse sbagliato, ma perché il contesto è diverso.

Il conflitto tra generazioni o almeno l’attrito esiste, il problema è non affrontarlo. Quando viene gestito bene, diventa una delle risorse più preziose per il futuro di una azienda.

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Punti chiave

  1. Collaborare oggi significa integrare differenze, non cercare armonia a tutti i costi.
  2. La vera competitività nasce dalla capacità di coinvolgere le persone nel progetto aziendale.
  3. Age integration: trasformare le differenze generazionali in valore concreto.
  4. I giovani chiedono senso, coerenza e spazio reale di contributo.
  5. Il passaggio generazionale funziona solo se è graduale, chiaro e basato su responsabilità condivisa.