Karen MacNeil, autrice di “The Wine Bible”, ha deciso di non recensire più vini in bottiglie pesanti, evidenziando l’impatto ambientale di tali confezioni. Con questa mossa, annunciata nella sua newsletter WineSpeed, si unisce a figure come Jancis Robinson nella lotta per una maggiore sostenibilità nel settore vinicolo.

Sono ormai molti i cosiddetti wine critic che si stanno esprimendo in contrasto all’utilizzo di bottiglie di vetro pesante per confezionare il vino.

Dopo la più famosa Master of wine al mondo, Jancis Robinson – che da ormai circa 20 anni definisce questa tipologia di confezione “bottiglie da culturista” – sul tema è intervenuta anche Karen MacNeil, scrittrice e autrice di “The Wine Bible”, che nella sua popolare newsletter WineSpeed, ha dichiarato che non scriverà più recensioni su vini confezionati in bottiglie di vetro pesante e spesso.

Nella filiera del vino, a vari livelli, si stanno moltiplicando sempre di più le critiche verso questa tipologia di bottiglie che hanno un notevole impatto ambientale con stime che attribuiscono al peso della bottiglia tra il 30 e il 68% dell’impronta di carbonio complessiva del vino.

Alcuni critici enologici non hanno usato mezzi termini definendo questa tipologia di bottiglie veri e propri “mattoni”, inappropriati e imbarazzanti.

Se la Robinson è stata una pioniera nella lotta alle bottiglie di vetro pesanti, la MacNeil ha affermato su in articolo di Vinepair che l’industria dovrebbe iniziare a distanziarsi dalle bottiglie pesanti, nonostante la percezione che il peso sia associato alla qualità sia ancora molto diffusa.

Qualcuno, però, ha accusato la MacNeil di presunto “virtus signaling” e cioè – come spiega bene Wikipedia – un atteggiamento di artefatta, talvolta esasperata, ostentazione di aderenza a valori morali che riscuotono consenso nella società del tempo, al fine di ottenere visibilità o facile approvazione dagli altri, senza però l’adozione di alcuna azione concreta per promuovere e attuare le istanze dichiarate.

I propositi della nota autrice statunitense a me in realtà appaiono molto chiari e concreti e sono frutto, come giustamente ha sottolineato Vinepair, di un corretto senso di responsabilità e un desiderio di agire concretamente.

In realtà dietro l’accusa di presunto “virtus signaling” si cela la preoccupazione di una certa parte del mondo produttivo e commerciale che teme che questo tipo di contestazioni da fonti altamente autorevoli possano bandire un intero segmento del marketing e del packaging.

Ma la MacNeil sembra non voler demordere sottolineando che comunque il suo intento era quella di esprimere una scelta personale, “non dettare cosa le cantine dovrebbero o non dovrebbero fare”.

Ma forse, in questo caso, a fronte di un obiettivo così determinante come la tutela ambientale, anche alcune libertà di scelta andrebbero limitate, altrimenti inutile fare grandi campagne di promozione della sostenibilità.