Negli ultimi anni, il linguaggio utilizzato per descrivere il vino è diventato alquanto controverso. Questa ipersensibilità su quali parole si possono o non si possono usare è sorta a seguito di una democratizzazione del vino, che progressivamente è diventato un argomento più accessibile possibile ad un ampio range di consumatori. “Da un lato, ci viene detto che tutti sono benvenuti, ma se usi un termine comunemente usato nei Paesi produttori di vino, potresti ritrovarti escluso dalla degustazione” spiega Henry Jeffreys, celebre giornalista e scrittore di vino britannico in un interessante articolo sull’argomento apparso su The Drink Business

La svolta americana 

Prima di arrivare a come siamo arrivati a questa situazione, facciamo un passo indietro nel tempo. Un decennio spartiacque è stato senza dubbio quello degli anni Settanta: gli Americani hanno “dettato” una nuova legge in fatto di degustazioni di vino. Prima della grande svolta di questi anni, il mondo del vino era vincolato a degli schemi gerarchici da un punto di vista sociale ed Europeo-centrici. Nel momento in cui gli Americani si sono interessati al vino, spiega Jeffrey nell’articolo, si è diffuso un nuovo modo di degustare con un linguaggio più oggettivo e ripulito della “polvere dello snobbismo europeo”. “I vini dovevano essere visti come freschi, democratici, salutari e naturali” continua Henry Jeffreys.

Flavour wheel: il tecnicismo 

Così arrivò un uomo di nome Maynard Amerine, che ha ideato una modalità sistematica di descrivere il vino chiamata “flavour wheel” (ruota degli aromi): un sistema composto da descrittori basati su alimenti, erbe, fiori ecc. Da allora il flavour wheel è diventato la modalità con cui la degustazione del vino viene insegnata da organizzazioni come il WSET (Wines and Spirits Education Trust). Questo modo di descrivere il vino ha raggiunto la sua apoteosi con il tipo di poesia in versi: ”erbe affumicate, liquirizia fusa e marmellata di cassis”. Così si diffondo descrittori troppo specifici per distinguere vini simili. “Sebbene questo metodo possa esprimere adeguatamente il sapore di un vino, non si riesce ancora a capire cosa lo renda piacevole e se è buono o meno. Questo è un problema particolare quando si valutano vini simili” aggiunge l’esperto.

Politically correct e riferimenti sessualizzanti 

Di pari passo con la democratizzazione è arrivata la volgarità ed i riferimenti sessuali. 10 anni fa era abbastanza normale per le persone descrivere un vino come maschile e femminile: identificando un vino maschile come più tannico, alcolico, robusto, mentre uno femminile come più leggero e più aggraziato. Oggi non è più possibile senza ferire determinate sensibilità. “Sebbene queste due parole siano ora malviste nei circoli progressisti di lingua inglese, è ancora normale sentire i viticoltori francesi di entrambi i sessi usarle. Mi sembra che sia l’apogeo dell’imperialismo culturale dire alle persone di Paesi con profonde tradizioni vinicole come la Francia o l’Italia come possono e non possono descrivere un vino” spiega Jeffreys.

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Dov’è il divertimento?

La verità è che non esiste un modo del tutto accurato per descrivere il vino oggi. “La preoccupazione è che i tentativi ben intenzionati di rendere il vino più accessibile avranno esattamente l’effetto opposto. Renderanno le persone ancora più nervose nell’osare un’opinione nel caso in cui inciampassero in una parola vietata” aggiunge Jeffrey. L’esperto spiega infine una tesi del tutto condivisibile: tutto questo sistema ha lo scopo di mantiene i gatekeepers al comando. Se il vino diventasse troppo accessibile, molte persone potrebbero rimanere senza lavoro. Purtroppo l’insistenza nell’usare solo un linguaggio pseudoscientifico, tanto caro ai gatekeepers, spoglia il vino della sua cultura, contesto e significato, lo strappa dalla storia e lo mette sotto il microscopio. Dov’è il divertimento in questo? Conclude Jeffrey che incita ad una descrizione del vino più genuina, magari a volte meno politically correct, ma più divertente e coinvolgente. 

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