Premesso che il mio pensiero sui vini no alcol conta come il cosiddetto “due di picche”, cioè nulla, ci tengo comunque ad esprimerlo perché ritengo sia opportuno che tutti gli addetti ai lavori si sforzino a valutare i pro e i contro di questa scelta.

Ma già nell’esprimere un sì od un no si annida un paradosso, un controsenso, in quanto i vini no alcol sono già da tempo una realtà a prescindere da quello che può essere l’opinione di ognuno di noi.

Con questo non voglio affermare che è inutile riflettere sulle opportunità o meno che questa tipologia di vino possa apportare al nostro settore vitivinicolo ma proprio perché è già una realtà ritengo sia meglio avere una visione costruttiva anziché distruttiva.

In quest’ultima direzione viene in aiuto l’arguto giornalista inglese Robert Joseph che in un articolo di James Evison sul magazine The Drink Business ha evidenziato nove buone ragioni per le quali l’industria del vino dovrebbe accettare senza riserva i vini dealcolati.

Non voglio citare tutte le nove “ragioni” di Robert, pur condividendole tutte, ma mi limito a considerare quelle che ritengo più rilevanti e sulle quali pure io ho una chiara percezione perché riguardano più aspetti economici e di marketing piuttosto che problematiche di natura tecnica.

Parto, quindi, da quello che è a mio parere l’aspetto più complesso e controverso, e cioè la qualità del vino dealcolato. Su questo tema nel marzo del 2022 avevo scritto un articolo dal titolo molto diretto: “Ho degustato vini low alcol e non mi sono piaciuti”.

In questi due anni ho avuto modo di degustare molti vini no e low alcol e devo ammettere che il livello qualitativo si è innalzato anche se sicuramente si dovranno attendere nuove tecnologie per avere profili qualitativi più interessanti.


Ma sul fronte della qualità del vino dealcolato, sposo in pieno oggi l’osservazione di Robert Joseph che si può così sintetizzare: il vino dealcolato non cerca di essere l’equivalente di un buon vino alcolico, ma offre un’opzione alternativa per i consumatori. Joseph fa un parallelo con il caffè decaffeinato, che non compete direttamente con il caffè normale.

È proprio questo parallelismo con il caffè che, a mio parere, ci deve aiutare a comprendere il valore e il ruolo del vino dealcolato facendoci uscire dall’ossessione che se il vino no alcol non è all’altezza di quello con l’alcol dobbiamo bocciarlo tout court.

Il vino dealcolato, pertanto, ci obbliga a guardare e rispettare i desideri dei consumatori, un qualcosa che non sempre è nelle corde dei produttori di vino.

Per questo ritengo che, ancora una volta, per l’ennesima volta, il vino dealcolato ci obbliga ad interessarci ai fabbisogni dei consumatori e non sempre e solo a quello che piace a noi addetti ai lavori.

Non è un caso che se si va a leggere tutti gli attuali report di analisi e prospettive dell’industria del vino emerge un denominatore comune che si può così sintetizzare: l’innovazione e l’adattamento alle nuove tendenze sono le chiavi fondamentali per la resilienza e lo sviluppo dell’industria.

Mai come oggi quindi è fondamentale che l’Italia del vino abbia la forza di accettare le sfide dell’innovazione quelle che comunque nel passato hanno consentito al nostro comparto di crescere, di evolversi.

Innovazione e adattamento sono pertanto i fattori che portano inevitabilmente a non avere nessuna pregiudiziale ideologica nei confronti dei vino no alcol.

Sono quindi oggi più preoccupato per la lentezza con la quale il nostro comparto vitivinicolo si sta approcciando (anche se sarebbe più corretto dire non si sta approcciando) a questa opportunità.

Sono a conoscenza di alcune esperienze che, sfruttando il know how internazionale, si stanno muovendo in questa direzione e quando avrò informazioni più dettagliate ne daremo notizia su Wine Meridian. Ma già il fatto che al momento devono muoversi a “fari spenti” la dice lunga sulle inspiegabili ritrosie sul fronte della produzione dei vini no alcol.

Sarebbe un paradosso che l’Italia del vino diventasse dipendente da altri Paesi su questa tipologia di prodotti.

Voglio aggiungere che non penso assolutamente che i vini no alcol arriveranno a quote di mercato particolarmente evolute, rimarranno quasi sicuramente un piccola nicchia ma in un mercato che è, e sarà sempre di più, fatto da piccole nicchie, perderla sarebbe da polli.

È altrettanto chiaro che, pur dando ragione a Robert Joseph – secondo cui non dobbiamo essere ossessionati dal livello qualitativo dei vini no alcol -, maggiore sarà la loro qualità e migliore sarà il loro sviluppo e la loro immagine, nonché, il loro posizionamento.

Ed è chiaro a tutti che si dovrà a quest’ultimo proposito sviluppare una viticoltura atta a questa tipologia di produzione, a partire da varietà vocate per realizzare vini no alcol dignitosi. Qualche esempio al riguardo già esiste e dobbiamo pertanto osservare i buoni esempi e non solo quelli negativi.

In conclusione, riprendendo ancora una volta il pensiero del bravo Robert: vietare i vini dealcolati o addirittura non chiamarli vini sarebbe come proibire gli hamburger vegani.

Per inciso: io non berrò mai vini dealcolati. Perché anche nella malaugurata sorte che, per ragioni mediche, mi venisse proibito il consumo di vino, preferirò limitarmi ad un buon bicchiere di acqua fresca.