Roberto Anselmi compie 78 anni e ripercorre una vita fatta di scelte nette: la rottura con il padre Almerino, la nascita del Soave firmato Anselmi, l’uscita dal Consorzio nel 1999 e la costruzione di una denominazione personale. Tra corse in automobile, viaggi negli Stati Uniti ed elicotteri pilotati senza brevetto, emerge il ritratto di un uomo sempre in prima fila.
Roberto Anselmi è nato il 20 agosto 1948, ma parlare con lui dell’età serve a poco.
Gli anni, nel suo caso, non si contano. Si misurano in vigne piantate, vini prodotti, aerei presi, mercati attraversati, debiti affrontati, battaglie combattute e persone incontrate.
Si potrebbero contare anche le discussioni, ma occorrerebbe molto più spazio.
Lo conosco da quasi trent’anni. Abbiamo viaggiato insieme nel mondo, condividendo aeroporti, ristoranti, fiere, tavole, stanchezze e avventure. Erano gli anni nei quali il vino italiano doveva ancora spiegarsi, conquistare fiducia, presentarsi con il volto e la voce dei suoi produttori.
Roberto non partiva soltanto per vendere.
Partiva per convincere.
Poteva affascinare una sala o irritarla profondamente. Qualche volta riusciva a fare entrambe le cose nella stessa serata.
Non è mai stato un uomo neutrale.
Ha sempre scelto una posizione.
Quasi sempre la prima fila.
Roberto, il 20 agosto compirai settantotto anni. Che effetto ti fa?
«Nessuno. Non mi sento vecchio.»
Non lo dice per civetteria. Non ha mai riconosciuto all’età il diritto di stabilire che cosa possa o non possa fare.
È ancora asciutto, dritto, inquieto. Mentre parla controlla il telefono, guarda fuori dalla finestra, impartisce un’indicazione. Per lui stare fermo significa perdere tempo.
Intorno ci sono le colline di Monteforte d’Alpone. È il paesaggio che lo ha formato e contro il quale, in parte, ha combattuto.
Roberto ha amato il proprio territorio abbastanza da non accettarlo così com’era.
Dici ancora di essere “l’evoluzione del territorio”?
Ride.
«Certo che lo dico. Perché, non è vero?»
Sa di tirarsela un po’, e la cosa lo diverte.
Ma dietro la provocazione c’è una convinzione precisa: il territorio non è una formula da ripetere. Deve essere capito, interpretato e, quando serve, cambiato.
Prima del vino, però, venivano le automobili.
«Volevo fare il pilota. Mi piacevano le macchine, i motori, la velocità. In casa nostra, tra l’altro, si beveva pochissimo vino.»
Da bambino guidava di nascosto con la complicità degli autisti dell’azienda paterna. A otto anni prese perfino la Topolino del padre e andò a fare un giro.
Più tardi arrivarono le Mini, le corse e Gaetano Bertani, che gli affidava il volante della Miura perché aveva sentito dire che quel ragazzo guidava bene.
Le automobili erano già una dichiarazione di carattere: controllare il movimento, scegliere la traiettoria e arrivare prima.
Molti anni dopo lo avremmo verificato insieme.
Il coast to coast in trentasei ore
Durante uno dei nostri viaggi negli Stati Uniti dovevamo andare da New York a San Francisco.
Preparammo una mappa, tracciammo la rotta e programmammo tre o quattro giorni di viaggio.
Avevamo commesso un solo errore: consegnare il volante a Roberto Anselmi.
Trentasei ore dopo eravamo a San Francisco.
Non tre giorni. Non quattro.
Trentasei ore.
Ricordo autostrade interminabili, distributori di benzina, caffè bevuti in fretta e il paesaggio americano che cambiava dietro i finestrini.
Roberto guidava come se la costa occidentale potesse allontanarsi durante la notte. Ogni sosta gli sembrava un’inutile concessione alla debolezza umana.
Quando arrivammo, capimmo una cosa destinata ad accompagnarci per sempre:
mai dare il volante a Roberto Anselmi.
Le strade, però, a un certo punto non gli sarebbero più bastate.
Sarebbe arrivato l’elicottero.
L’uomo ai comandi
Roberto non ha mai conseguito il brevetto. Accanto a lui siede sempre un pilota vero, competente e responsabile del volo.
Ma Roberto vuole stare ai comandi.
Per lui è un’emozione fortissima.
Per noi passeggeri, ancora di più.
Perché non ti accontenti di sederti dietro?
«Perché dietro non mi piace. Voglio vedere e capire come funziona.»
Nell’elicottero c’è forse la migliore rappresentazione della sua vita.
Roberto riconosce la competenza del professionista, ma non rinuncia a partecipare alla guida. Non gli basta essere trasportato. Deve sentire la macchina nelle mani e concorrere alla direzione.
Noi amici, seduti dietro, guardiamo il paesaggio.
Ma soprattutto guardiamo il pilota.
Il conflitto con il padre
Il padre Almerino aveva costruito una grande attività di imbottigliamento. Voleva che Roberto studiasse, si laureasse e amministrasse l’azienda.
Aveva già preparato il tuo futuro.
«Pensava che avrei potuto raddoppiare il fatturato. Mi fece studiare il tedesco per sette anni perché vendevamo anche in Germania.»
Tu, invece?
«Gli dissi: io non voglio fare il commerciante. Voglio fare il viticoltore.»
Non fu una semplice scelta professionale.
Fu una frattura familiare e generazionale.
Roberto voleva la terra, il controllo dell’uva, il tappo di sughero, vini capaci di entrare nei grandi ristoranti.
Quando ricorda quegli anni usa una parola durissima.
«Mi vergognavo.»
La scandisce ancora.
«Mi ver-go-gna-vo di lavorare in un’azienda che usava tappi a vite o a corona. Io volevo fare vini di qualità.»
All’inizio gli permisero di produrre poche bottiglie e gli assegnarono il portinaio come aiutante.
Roberto, il portinaio e quattro bottiglie contro il mondo.
Poi arrivò l’America.
Nel 1977 partì con i suoi vini, alcuni indirizzi dell’ICE e Frank Leoni. Cercò direttamente i distributori e mantenne i contatti attraverso il telex dello zio.
Poco dopo arrivò l’ordine di un intero container.
Come lo preparaste?
«Tutto a mano. Io e il portinaio, giorno e notte.»
Il conflitto con il padre diventò sempre più duro.
Un giorno Roberto gettò le scrivanie dalla finestra. Arrivarono i carabinieri. Almerino lasciò l’azienda e poco dopo disse al figlio:
«Prenditi tutto. Io così non posso vivere.»
Era il 1978.
Restavano enormi quantità di vino, un’azienda trascurata e circa un miliardo di lire di debiti.
Non avevi paura?
«Pensavo che l’azienda non fosse mia e che il debito fosse di mio padre. Non avevo niente da perdere.»
Vendette il vino rimasto. Fausto Maculan lo aiutò a cambiare l’impostazione produttiva. Poi arrivò un ordine di cinquemila casse per la business class di American Airlines.
La vita di Roberto è piena di momenti nei quali la rovina sembra vicina e improvvisamente compare una porta.
Ma quelle porte si aprivano perché aveva già viaggiato, incontrato persone e costruito relazioni.
Gli incontri decisivi
Uno dei più importanti fu Gualtiero Marchesi.
Roberto andò nel ristorante di via Bonvesin de la Riva, mangiò e presentò i propri vini.
Marta Galli avrebbe domandato a Marchesi:
«Ma che fai? Prendi il vino da un gazzosaio?»
Il nome Anselmi non era ancora associato alla qualità.
Che cosa dicesti a Marchesi?
«Che stavo cercando di chiudere l’azienda di mio padre, che volevo fare vini miei e che sapevo quanto quel nome fosse un problema. Lui mi disse di non preoccuparmi.»
Marchesi diventò un riferimento umano e qualitativo.
Come Fausto Maculan, Mario Schioppetto, Angelo Gaja, Davide Paolini e Piero Celli.
Chi ti ha lasciato il segno più profondo?
«Piero Celli è stato quasi un secondo padre. Se mi chiamasse alle tre di notte e mi dicesse di andare a prenderlo sulla Firenze-Mare, partirei.»
Dietro l’immagine dell’uomo che vuole insegnare tutto a tutti c’è una grande capacità di riconoscere il valore.
Hai ascoltato davvero i consigli?
«Quando i grandi mi davano un consiglio, cercavo di seguirlo. Dovevo imparare.»
Roberto viaggiò in Alsazia per studiare i grandi bianchi, sperimentò nuovi vitigni e lavorò sulla freschezza, sugli aromi e sulla riduzione delle rese.
Nel 1982 buttò a terra metà dell’uva.
Tutto il paese parlava del matto che gettava i grappoli.
Era follia?
«Era quello che serviva. Non ero un marchese pieno di soldi. Alla qualità non ci arrivi in una notte.»
I vini come bilancio
Una vita come quella di Roberto deve essere giudicata anche attraverso ciò che ha lasciato nel bicchiere.
Dietro un carattere irrequieto ha costruito una gamma essenziale: il San Vincenzo, i cru Capitel Foscarino e Capitel Croce, e I Capitelli.
Sei considerato un innovatore, ma hai sempre prodotto pochi vini.
«Innovare non significa inventare un’etichetta ogni anno. Significa capire che cosa vuoi e lavorarci finché non ci arrivi. Un vino deve avere una ragione per esistere.»
Che cosa rappresenta il San Vincenzo?
«È il vino che entra nella vita delle persone. Proprio per questo non è un vino minore. Deve essere piacevole, fresco e riconoscibile. Quando il bicchiere è finito, deve farti desiderare quello successivo.»
Il San Vincenzo è il vino più diffuso, quello che ha portato il nome Anselmi nel maggior numero di case, ristoranti ed enoteche.
Racconta il lato più sociale di Roberto.
Gli somiglia perché vuole essere presente dappertutto.
Ma, a differenza di lui, non alza mai la voce.
E i due cru?
«Foscarino e Croce sono due luoghi diversi e devono dare vini diversi. Foscarino è più diretto e aromatico. Croce è più profondo e ha bisogno di tempo.»
Quanto conta il territorio?
«Il vigneto da solo non fa il vino. E nemmeno l’enologo può inventare quello che non c’è. Il cru nasce quando capisci il luogo, lo coltivi bene e poi cerchi di non rovinarlo in cantina.»
Quale dei due ti somiglia?
«Foscarino ha più del mio carattere. È più immediato. Croce è meno impaziente di me.»
Poi sorride.
«Però, invecchiando, comincio a capire anche Croce.»
I Capitelli
Infine c’è I Capitelli, il suo grande vino dolce.
Un vino di selezione, appassimento e attesa. Tutto ciò che sembra incompatibile con il carattere di Roberto.
È il tuo vino del cuore?
«È speciale. Non puoi comandarlo come gli altri. Devi aspettare l’uva, l’appassimento e il momento giusto.»
Per tutta la vita Roberto ha cercato di controllare il tempo.
Al volante, negli aeroporti, nei viaggi, in azienda.
Con I Capitelli, invece, è il tempo a comandare.
Tu che hai sempre fretta, come fai?
«Non puoi telefonare all’uva e dirle di sbrigarsi. La fretta va bene per arrivare da New York a San Francisco. Per fare I Capitelli, no.»
Che cosa deve avere un grande vino dolce?
«Freschezza. Lo zucchero da solo diventa un peso. Ci vogliono acidità, sapidità e profondità. Deve essere dolce, ma non seduto.»
La risposta potrebbe essere un autoritratto.
Dolce, ma non seduto.
Se dovessi scegliere un vino per raccontare la tua vita?
Ci pensa.
«Non ne scelgo uno. Sarebbe come raccontare una vita con una sola giornata.»
Poi aggiunge:
«Ma se devo far capire fin dove può arrivare la Garganega, verso I Capitelli.»
Ha combattuto il territorio, lo ha criticato e si è allontanato dalle sue regole.
Ma non lo ha mai abbandonato.
Nel San Vincenzo lo ha reso accessibile.
Nei cru lo ha diviso in luoghi e caratteri.
Nei Capitelli lo ha affidato al tempo.
La rottura con il Consorzio
Lo scontro con il Consorzio del Soave durò anni e riguardò rese, impianti, qualità e idea di denominazione.
La rottura definitiva arrivò nel 1999.
Quando una proposta di disciplinare tornò profondamente modificata, gli dissero:
«Anselmi, lei non ha la maggioranza.»
E tu?
«Sono uscito.»
Rimase solo.
Gli importatori dicevano: compriamo Soave, non Anselmi.
Roberto rispose partendo.
Fece per quaranta giorni il giro del mondo. Tornò a casa per una settimana, poi ripartì. Incontrò sommelier e importatori da Tokyo alla Nuova Zelanda per spiegare personalmente la sua scelta.
Non aveva più una denominazione collettiva a proteggerlo.
Doveva trasformare il cognome Anselmi in una denominazione personale.
Ci riuscì.
Hai mai rimpianto quella decisione?
«No. È stata una bella battaglia. Molti, adesso, pensano che avessi ragione.»
Qualche tempo fa Teresita Pieropan gli disse:
«Avremmo dovuto uscire anche noi con te.»
«Mi sono quasi commosso.»
Quasi.
Roberto non concede mai un’emozione intera. La mostra e subito dopo la copre con una battuta.
Helsinki e i sacchi neri
Un altro episodio racconta bene il suo carattere.
Eravamo a Helsinki, ospiti del nostro amico Petri Viglione, importatore finlandese. Petri aveva organizzato una manifestazione per alcuni produttori italiani.
Il sabato gli altri andarono in gita in baita.
Io e Roberto scegliemmo di restare a casa per preparare la cena.
Io cuoco.
Roberto aiutante.
La casa di Petri era abitata dai figli, ancora bambini e ragazzi. Era piena di disegni appesi alle pareti, quaderni, matite, penne conservate in contenitori improbabili, sassolini raccolti sulle spiagge e piccoli ricordi.
Agli occhi di Roberto, tutto apparteneva a una sola categoria:
cianfrusaglie.
Mentre io cucinavo, lui cominciò a guardarsi intorno con crescente insofferenza.
Poi mi chiese:
«Dove sono i grandi sacchi neri dell’immondizia?»
Pensai che servissero per la cucina.
Mi sbagliavo.
Roberto staccò i disegni, raccolse i sassi, svuotò i contenitori e fece sparire quaderni, matite e piccoli tesori infantili.
Non stava riordinando.
Stava bonificando.
Nel giro di poche ore la casa divenne spoglia, essenziale, quasi monastica.
Roberto guardò il risultato soddisfatto.
«Adesso sì che è in ordine.»
Quando Petri e gli altri tornarono, trovarono la cena pronta e la casa completamente trasformata.
In America avevamo imparato che non bisognava affidargli il volante.
A Helsinki scoprimmo che non bisognava lasciarlo solo con un sacco nero dell’immondizia.
Dove gli altri riordinano, Roberto rifonda.
L’amicizia
La sua amicizia ha lo stesso carattere della sua vita.
Non è discreta.
È fatta di presenza, discussioni, telefonate improvvise, generosità e provocazioni.
Roberto può esasperarti per un’intera giornata e, la sera, fare qualcosa che ti ricorda perché gli vuoi bene.
Essere suo compagno di viaggio significa accettare che il programma possa cambiare, che una cena duri più del previsto e che una conversazione si trasformi in una disputa sul vino, sulle automobili o sulla vita.
Significa soprattutto sapere che Roberto non si limita ad accompagnarti.
Prende il comando.
Lisa, Tommaso e il futuro
Oggi Lisa e Tommaso rappresentano il futuro dell’azienda.
Portano i vini Anselmi nel mondo e parlano a generazioni che non hanno vissuto le battaglie del padre.
È arrivato il momento di lasciare il comando?
Roberto si raddrizza.
«Ci sono Lisa e Tommaso. Ma comando io.»
La risposta è prevedibile.
Per lui il passaggio generazionale non potrà essere una semplice consegna delle chiavi. Sarà una trasformazione del modo di essere presente.
Dovrà imparare a stare accanto.
Come il pilota vero nel suo elicottero.
Anche se continuerà probabilmente a tenere almeno una mano sui comandi.
Il bilancio
Il bilancio della vita di Roberto Anselmi non coincide soltanto con il successo dei vini o con i mercati conquistati.
È la storia di un uomo che ha ricevuto un’azienda e ne ha distrutto il modello per costruirne uno nuovo.
Ha trasformato il conflitto con il padre in energia imprenditoriale.
Ha rischiato il fallimento e non ha permesso al debito di definire il proprio destino.
Ha affrontato una denominazione, ne è uscito da solo e ha convinto il mercato a cercare il suo nome.
Ha commesso errori, esagerato e provocato.
Ma è sempre rimasto esposto.
Sempre in prima fila.
Dopo tutto quello che hai fatto, che cosa ti resta ancora da dimostrare?
Per qualche istante sembra una domanda capace di fermarlo.
Ma Roberto non si ferma.
«Che si può fare ancora meglio.»
Ecco perché i suoi settantotto anni non sono una conclusione.
Sono una tappa.
La vita di Roberto Anselmi è stata un lungo viaggio compiuto quasi sempre davanti: al volante, in una vigna, al tavolo di una trattativa, in una sala di degustazione, davanti a un importatore dall’altra parte del mondo e, naturalmente, ai comandi di un elicottero per il quale non ha mai preso il brevetto.
Il pilota vero resta prudentemente seduto al suo fianco.
Noi amici, dietro, continuiamo a fidarci.
Del pilota, naturalmente.
Buon compleanno, Roberto.
Compagno di quasi trent’anni di viaggi, vini, discussioni e vita.
Uomo inquieto, generoso, impaziente e visionario.
Continua pure a stare in prima fila.
Ma, almeno quando siamo in elicottero, lascia ogni tanto i comandi al pilota.
Punti chiave
- Il conflitto con il padre spinge Roberto a lasciare l’azienda di famiglia nel 1978, con un miliardo di lire di debiti da affrontare.
- La rottura con il Consorzio del Soave nel 1999 porta Anselmi a costruire da solo una denominazione personale nel mondo.
- I vini simbolo dell’azienda restano il San Vincenzo, i cru Foscarino e Croce, e il celebre passito I Capitelli.
- La passione per la velocità emerge nel coast to coast di 36 ore e nella guida degli elicotteri senza brevetto.
- Il futuro dell’azienda passa da Lisa e Tommaso, mentre Roberto mantiene saldamente il comando.


































































