San Michael nasce a San Michele all’Adige da una passione privata diventata progetto produttivo. Corrado Linardi racconta una realtà trentina costruita su piccola scala, basi selezionate in Val di Cembra, centralità del Dosaggio Zero e attenzione alla montagna. Senza inseguire volumi, la cantina punta su coerenza, precisione e crescita controllata.
San Michael è una piccola realtà di San Michele all’Adige che si muove nel mondo delle bollicine trentine con una dimensione contenuta ma con idee piuttosto chiare. Niente corse ai volumi, niente gamma costruita per riempire spazio, ma un lavoro portato avanti con continuità, attenzione alle basi e una visione molto concreta su cosa significhi oggi fare metodo classico in montagna. Ne abbiamo parlato con Corrado Linardi, socio della cantina.
Come nasce San Michael e come si è sviluppata negli anni?
Nasce tutto da una passione. Io facevo spumante già circa quarant’anni fa, all’inizio solo con le mie uve e in quantità davvero piccole, parliamo di 300 o 400 bottiglie. Poi gli amici hanno iniziato a chiedercele, siamo arrivati a mille bottiglie e da lì ci siamo detti che aveva senso fare anche le etichette e strutturare un po’ meglio il progetto. Negli anni siamo passati da 8 mila a 9 mila, poi 12 mila, fino ad arrivare oggi a circa 20 mila bottiglie. Doveva essere un hobby, ma a un certo punto è diventato un secondo lavoro vero e proprio.
Com’è organizzata oggi la vostra produzione?
Oggi abbiamo cinque etichette, ma la produzione è molto concentrata sulla linea base. Diciamo che circa l’80% è lì: facciamo intorno alle 16 mila bottiglie della linea principale, poi 2 mila di Riserva e mille per le altre tipologie. I due prodotti di vertice vengono prodotti solo se troviamo la base giusta e se l’annata ci convince davvero. Se non siamo soddisfatti, preferiamo non farli. La Riserva cerchiamo di mantenerla ogni anno, ma non sempre è semplice, soprattutto quando non troviamo un Pinot Nero all’altezza di quello che cerchiamo.
Quanto contano gusto personale e mercato nelle vostre scelte?
Noi siamo sempre partiti da quello che piace a noi. Produciamo come piace a noi, sperando che piaccia anche ai clienti. All’inizio avevamo il Brut e il Rosé, poi c’era in cantiere la Riserva. A un certo punto ci siamo detti che volevamo fare anche un Dosaggio Zero perché ci piace il vino diretto, più teso, meno accomodante. Sicuramente il mercato e le mode hanno spinto in quella direzione, ma non siamo partiti da lì. Lo stesso vale per il Pinot Nero vinificato in bianco: è nato come prova, è venuto bene, ci è piaciuto e abbiamo deciso di continuare, ma solo quando la base è davvero buona.
Da dove arrivano le uve e come gestite la lavorazione?
Le uve arrivano prevalentemente dalla Val di Cembra. Lavoriamo con due o tre cantine non grandi, dalle quali acquistiamo le basi già fatte. Poi tutta la parte di imbottigliamento e lavorazione la facciamo noi. Da tre anni abbiamo un magazzino in affitto dove gestiamo sboccatura, etichettatura, deposito e ordini. Prima lavoravamo in uno spazio molto piccolo, fino a quattro anni fa imbottigliavamo 9 mila bottiglie spostando continuamente bancali a mano. Era diventato complicato, quindi quando la richiesta è cresciuta abbiamo dovuto prendere uno spazio più adatto.
Nella vostra gamma come stanno cambiando le preferenze tra Brut e Dosaggio Zero?
All’inizio vendevamo circa un 70% di Brut e un 30% di Dosaggio Zero. Oggi il rapporto si è ribaltato: siamo attorno al 60% Dosaggio Zero e 40% Brut. Il Brut è identico come uvaggio, però alla sboccatura ha un’aggiunta di 6 o 6,5 grammi di zucchero, quindi è più facile, più rotondo, più immediato. È il vino che va bene per tutti, aperitivo o pasto. Il Dosaggio Zero invece è più diretto, più deciso, più aggressivo se vogliamo. La moda ha sicuramente inciso, ma c’è anche un gusto che si è spostato.
E il Rosé che ruolo ha per voi?
Il Rosé lo abbiamo ridotto, perché è una tipologia che spesso non viene capita fino in fondo. È una bella bollicina fresca, ma non è così semplice da collocare. Inoltre farlo bene non è facile, perché la base Pinot Nero deve essere perfetta. Se non hai quella, il risultato non viene come vuoi. L’annata 2021, per esempio, per il Pinot Nero è stata eccezionale. Il Rosé del 2022 è bello, fresco, però è una tipologia su cui bisogna essere molto precisi.
Quanto conta per voi il fattore montagna?
Conta molto, perché noi abbiamo il vantaggio della montagna, del calcare, del porfido, dell’escursione termica, dell’acidità. Tutte cose che danno longevità e freschezza. Secondo me nei prossimi vent’anni questo aspetto peserà sempre di più. Zone più calde e più basse rischiano di soffrire molto con il cambiamento climatico. Noi questa dimensione ce l’abbiamo già dentro il territorio.
Quali sono i vostri progetti per il futuro?
L’idea è di mantenere questa dimensione, attorno alle 20 mila bottiglie. Potremmo forse arrivare a 25 o 30 mila, ma poi entrano in gioco problemi di spazio e organizzazione. Sul fronte dell’ospitalità facciamo già degustazioni e cene a tema in una piccola sala a Giovo. Ci piacerebbe portare lì tutta la parte operativa e lasciare lo spazio attuale più come deposito e vendita, così da avere una struttura più ordinata. Però non abbiamo in mente una crescita forzata. Vogliamo restare coerenti con quello che siamo.
Punti chiave
- Origine: San Michael nasce da una passione diventata secondo lavoro.
- Produzione: la cantina resta attorno alle 20 mila bottiglie.
- Dosaggio Zero: oggi supera il Brut nelle preferenze.
- Val di Cembra: acidità, escursione termica e montagna guidano lo stile.
- Futuro: crescita controllata, ospitalità e nessuna corsa ai volumi.
















































