Vinitaly 2025 chiude tra segnali contrastanti: da un lato la prevedibilità del sistema vino italiano, dall’altro il coraggio di chi prova a cambiare. Il racconto diretto del Direttore rivela testimonianze, riflessioni e speranze per un settore che ha ancora tanto potenziale, ma che rischia l’immobilismo.
Si sono chiusi da poco i battenti di Vinitaly 2025, ma i commenti di questa edizione, in qualche misura, li avevo già scritti prima che la manifestazione iniziasse. E non certo per essere un veggente ma semplicemente nel tempo “noi del vino” (a partire dal sottoscritto) siamo diventati prevedibili, troppo prevedibili.
Con onestà, alzi la mano chi, almeno tra noi decani del mondo del vino italiano (e visto il tasso di invecchiamento del settore siamo tanti), non vada a un convegno del vino, ad una presentazione aziendale, ad una masterclass non sapendo già in anticipo quello che verrà detto e comunicato.
Mentre correvo da un padiglione all’altro di questo Vinitaly più di qualche produttore e manager del vino mi ha raccontato di cene noiose dove si parlava di vino con il solito tono, di convegni e seminari senza nessuna novità.
Ma quello che mi ha fatto più effetto è stato il commento di uno dei più noti produttori di vino italiani, protagonista della costruzione di uno dei più visionari progetti di denominazione del nostro Paese: “Fabio, io sto per ritirarmi. Quello che mi dispiace di più è di non essere riuscito a non adeguarmi a questo appiattimento verso il basso del vino italiano. Noi vecchi lasciamo un’eredità difficile a chi viene dopo di noi. Se non avranno il coraggio di osare, di rompere gli schemi rigidi che abbiamo costruito, faranno molta fatica ad approfittare delle tante opportunità che ancora ci sarebbero”.
Non era uno sfogo di un “vecchio produttore” deluso, ma l’analisi lucida e razionale di chi è oggi cosciente che se il nostro settore non esce da scelte scontate, di comodo, portate avanti dalle persone sbagliate e senza le competenze adeguate, il futuro del vino italiano si fa decisamente difficile e assolutamente preoccupante.
E non certo per le emergenze attuali e congiunturali, ma per un sistema strutturale che da tempo non è più in sintonia non solo con le dinamiche dei mercati ma, in maniera ancor più allargata, con le dinamiche della società attuale nel suo complesso.
Non è solamente una questione anagrafica, ma è anche una questione anagrafica. A questo proposito devo ammettere che se fino a un po’ di tempo fa ero riuscito ad osservare proprio a Vinitaly un certo fermento giovanile mi sembra che questa nuova ondata si sia interrotta.
E più di qualche giovane produttore mi ha detto sommessamente che si sono accorti che c’è poco spazio per la loro voce.
Senza contare quei giovani che, fagocitati dal sistema, diventano vecchi prima di esserlo anagraficamente.
Ma, se nonostante tutto questo, lo stato di salute del vino italiano, almeno quello visto a Vinitaly, si può ritenere mediamente dignitoso, provate ad immaginare quante ulteriori potenzialità si potrebbero capitalizzare.
Dalle nostre tantissime interviste che abbiamo realizzato in questa 57ª edizione di Vinitaly ne esce un quadro molto meno funereo di quello che talvolta disegniamo.
Gli stessi buyer, a partire da quelli americani, non ci hanno descritto una situazione drammatica, sono tutti “attendisti”, ma anche, al tempo stesso, pronti per le possibili contromisure.
È chiaro che lo stato di incertezza su più fronti non facilita il compito di nessuno, ma proprio questa fase rivoluzionaria sta spingendo qualcuno ad uscire dalla cosiddetta comfort zone. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che ho raccolto alcuni interessanti commenti da parte di imprenditori e manager che potrei così sintetizzare: “Questa situazione finalmente ci sta portando a cambiare alcune nostre strategie, ci sta spingendo fuori dalle nostre solite visioni”.
Non ho ovviamente dati per dire quantə sono queste donne e uomini “coraggiosi” del vino italiano, ma quello che prometto è che Wine Meridian ospiterà e racconterà sempre di più le loro storie e le loro nuove visioni.
Un’ultima annotazione su Vinitaly. Non vorrei che i miei commenti talvolta facciano pensare ad una mia critica all’organizzazione di VeronaFiere. Il loro impegno è assolutamente fuori discussione e i risultati di questa edizione, nonostante una fase di mercato non facile, lo dimostrano.
Ma inevitabilmente, proprio perché Vinitaly rappresenta il vino italiano in gran parte della sua essenza, questo include farne vedere anche i suoi limiti.
Per questo mi auguro che Vinitaly riesca anche ad osare di più e a rendersi meno prevedibile per il bene del vino italiano.
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Punti chiave
- Il vino italiano appare sempre più prevedibile, con pochi spazi per la novità e le voci giovani.
- A Vinitaly si percepisce un sistema vinicolo invecchiato, fuori sintonia con la società attuale.
- Alcuni imprenditori e manager mostrano coraggio, uscendo dalla solita comfort zone.
- Il potenziale del settore è ancora enorme, ma richiede strategie nuove e competenze vere.
- Vinitaly resta uno specchio, utile per vedere anche i limiti del comparto vitivinicolo italiano.












































