Nei giorni scorsi sul quotidiano “Il Foglio”, Camillo Langone nella sua piccola ma illuminante rubrica “Preghiera” ha scritto una interessante provocazione sull’attuale stato di difficoltà del vino a livello mondiale.

“Non mi sorprende la crisi italiana e mondiale del vino, in particolare del rosso. Mi sorprenderebbe molto il contrario, un boom delle vendite. Perché sarebbe incoerente con le tendenze dell’epoca”, scrive Langone.

Secondo Langone il vino è vittima di questo calo di consumi in quanto è un prodotto culturale. “E a chi interessa più la cultura?”, si chiede e chiede l’opinionista de “Il Foglio”.

“Vedete forse moltiplicarsi le librerie? Vedete giovani leggere libri sui mezzi pubblici, sulle panchine dei parchi? Il vino è il mondo classico, è Grecia, è Antica Roma. E dove sono gli amanti del greco e del latino?”. 

Ma Langone non si limita a porre queste domande provocatorie e aggiunge un’altra interessante riflessione: “Il no alcol soddisfa il salutismo, lo stolto culto del muscolo mortale, mentre i superalcolici, droga legale, concedono estasi fisica senza le complicazioni delle buone bottiglie”.

Infine Langone cita il regista Pietro Castellitto: “Il vino sintonizza l’anima su frequenze millenarie”.

“Ma se l’anima non ce l’hai, e se giudichi i millenni vecchiume – conclude Langone -del vino che te ne fai?”

Sostanzialmente Langone sottolinea come il vino sia oggi poco di moda perché rappresenta un prodotto culturale raffinato, che implica impegno da parte di coloro che vogliono approcciarlo e amarlo.

Certo, viene facile dare ragione a Langone, ma al tempo stesso dobbiamo augurarci che il giornalista del giornale fondato da Ferrara abbia torto.

Dal mio punto di vista, infatti, ritengo che la visione del vino come prodotto culturale sia un’assoluta verità, una realtà che è riuscita a conferire al vino un’immagine più elevata rispetto a tanti altri prodotti agroalimentari e non solo.

Paradossalmente, però, il suo linguaggio sembra oggi relegarlo ad un’élite sempre più sparuta e questo è, inevitabilmente, molto pericoloso. Anzi potrebbe dimostrarsi assolutamente letale per il settore vitivinicolo se passasse l’idea che per apprezzare veramente il vino uno debba essere dotato di una sensibilità sopraffina, una forte attitudine all’approfondimento, un livello di scolarizzazione medio alto, meglio se con una cultura classica.

Se tutto ciò fosse vero, è chiaro che per il vino sarebbe iniziato il count down.

Io mi ribello da quello che sembrerebbe un destino ormai segnato per il vino.
E mi dissocio per molti motivi, il primo è perché pur considerando il vino un prodotto culturale, un narratore straordinario di civiltà, di territori, di diverse culture, lo ritengo anche un mezzo eccellente per divertirsi, per rilassarsi e forse rappresenta il miglior agevolatore di relazioni umane al mondo.

Sento già la voce dei neoproibizionisti di oggi che si oppongono a questa visione “godereccia” del vino; ma io penso che proprio l’anima “liberatoria” del vino sia una componente fondamentale del suo fascino, del suo appeal e quindi della sua longevità nell’essere un compagno fedele nelle tavole dell’umanità da millenni.

Per questa ragione ritengo essenziale riconoscere al vino la sua identità “bipolare”, da un lato sicuramente quella più “politicamente corretta” del prodotto culturale, ma al tempo stesso quella trasgressiva del prodotto amato anche per quello che riesce a liberare, che riesce ad agevolare nel gioco più bello che ci è stato regalato, quello delle relazioni umane.

E poi mi vengono in mente quegli insegnanti di greco e latino che nonostante tutto continuano a far amare a tanti giovani lingue che, follemente, qualcuno considera morte.