Mentre sui giornali e nelle tv si susseguono le atroci immagini delle guerre Russo-Ucraina e Israelo-Palestinese, al Prowein di Düsseldorf tra gli stand dei produttori ucraini e quelli israeliani si parla di vino.

Potrebbe quasi sembrare un’immagine surreale, una sovrapposizione di due temi così lontani tra di loro che appare quasi “immorale” metterli insieme.

E invece no, io penso che è proprio parlando della normalità, della bellezza della normalità che si può riscoprire profondamente il senso profondo della pace, del vivere in pace.

Se parliamo solo di guerra sarà inevitabile usare solo parole di violenza.

La lingua del vino, invece, è una lingua di condivisione, di convivialità, di armonia, di pace. Se c’è un’ambasciatore ideale di territori questo è sicuramente il vino.

E quindi, osservando gli stand dei produttori Ucraini sotto la cartina geografica della loro terra oggi così fortemente violentata, vengono in mente immagini belle e positive di un Paese purtroppo da quasi due anni martoriato.

Ed è per questo che è importante oggi sottolineare, invece, che nella zona intorno ad Odessa si concentra più del 50% del vigneto ucraino. Ma anche altre due città, oggi tristemente note come Mykolaiv e Kherson, che sono circondate da territori vitati di grande bellezza paesaggistica.

Il potente contrasto tra vino e guerra emerge parimenti quando parliamo di Israele, una terra dove il vino ha non solo una straordinaria importanza economico-produttiva, ma ha valori biblici riconosciuti da sempre nella storia dell’umanità.

Osservando gli stand dei produttori israeliani mi è venuto in mente che nel 2021a Yavne (30 km a sud di Tel Aviv) scavi archeologici hanno fatto rinvenire un sito di produzione di vino di epoca bizantina, cioè circa 1.500 anni fa. Un sito grande come un campo da calcio che si stima potesse arrivare ad una produzione di due milioni di litri di vino.

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Sono andato a rileggermi sul magazine online La Fillossera quella notizia e mi ha fatto effetto leggere le dichiarazioni del direttore degli scavi Jon Seligman che affermò che il vino prodotto in quell’area, era noto come “vino di Gaza”. Un vino che veniva esportato in tutta la regione, inclusi Egitto, Turchia, Grecia e, forse, nel sud Italia. Nel medesimo sito furono ritrovate anche delle presse ancora più antiche, risalenti a 2300 anni fa.

Vino di Gaza. Se pensiamo oggi cosa evoca il nome Gaza vengono i brividi.

Non abbiamo certo l’illusione che parlare di vino e non di guerra possa ripristinare la pace ma vedere vitivinicoltori ucraini e israeliani felici di presentare i loro vini mi ha rincuorato facendomi ricordare che esiste sempre una luce in fondo al tunnel.

Quella luce l’ho vista seppur fioca alla Fiera di Düsseldorf…