Nell’ultimo editoriale di Carlo Macchi, direttore di WineSurf – “E se dessimo una calmata all’enoturismo prima che sia troppo tardi?” -, l’autore solleva una questione che merita attenzione e che, nel suo intento, punta a stimolare una riflessione sul futuro dell’accoglienza nelle cantine italiane.
Il cuore della sua analisi è chiaro: l’enoturismo rischia di diventare, in alcuni territori, un fenomeno di massa che abbassa la qualità dei servizi, riduce la redditività delle imprese e rischia di svilire l’esperienza autentica del vino. Il riferimento al caso Langa e Chianti Classico evidenzia territori in cui l’enoturismo ha ormai raggiunto numeri significativi, al punto da generare effetti collaterali anche sul tessuto sociale e sull’identità locale.
Sicuramente, per queste aree iconiche del vino italiano, quanto descritto da Macchi è uno spunto interessante. Ma a nostro avviso, rappresentano l’eccezione più che la regola.
Nel nostro lavoro quotidiano con cantine di tutta Italia, vediamo una realtà molto diversa: la maggior parte dei territori del vino sono ancora orfani dell’enoturismo. Altro che overtourism… in molti casi siamo ancora lontani da un vero e proprio tourism. Cantine pronte ad accogliere, territori ricchi di potenzialità, ma spesso ancora ai margini delle rotte turistiche principali.
Anzi, come abbiamo già scritto in passato, l’enoturismo è una delle armi più efficaci proprio contro l’overtourism. È uno strumento concreto per decongestionare le città d’arte stracolme e orientare i flussi turistici verso aree rurali, meno battute, dove il vino diventa il ponte per scoprire tradizioni, cibi tipici, storie locali, paesaggi e stili di vita sostenibili e quasi dimenticati.
Oggi più che mai, l’enoturismo rappresenta il più delle volte un modello di turismo lento e consapevole, capace di generare valore diffuso. Le cantine, con le loro offerte esperienziali, fungono da veri e propri presìdi culturali e promuovono quella forma di viaggio che mette al centro l’autenticità e la relazione, e che consente – cosa non da poco – una democratizzazione del viaggio, con esperienze accessibili a un pubblico sempre più ampio.
L’overtourism esiste, certo. Ma è altrove. L’enoturismo, semmai, è la risposta intelligente a un modello turistico che ha fallito, e che oggi cerca proprio nelle campagne italiane – spesso dimenticate – nuove vie per rigenerarsi.
Siamo d’accordo con Carlo Macchi quando dice che serve una programmazione attenta e condivisa. E aggiungiamo: serve anche un cambio di paradigma. Invece di temere l’enoturismo, dovremmo investire per farlo crescere bene, con regole chiare, formazione adeguata e il coinvolgimento diretto dei territori.
Perché se è vero che in certi casi “bisogna darsi una calmata”, nella stragrande maggioranza delle nostre colline vitate sarebbe finalmente ora… di darsi una svegliata.
Leggia anche: I turisti italiani reagiscono all’overtourism: meno grandi città, più autenticità e vino locale
Punti chiave
- L’enoturismo è la vera risposta all’overtourism nelle città d’arte.
- Le aree rurali italiane rischiano di non avere turismo affatto.
- Serve più formazione, più programmazione e più coinvolgimento dei territori.
- Le cantine sono presìdi culturali che promuovono un turismo lento e consapevole.
- Investire in enoturismo significa valorizzare autenticità, relazioni e sostenibilità.












































