Abbiamo seguito il webinar dal titolo “Gli scambi con l’estero del settore agroalimentare italiano: Fattori di competitività e prospettive in un contesto di crisi” che ha preso in analisi i dati ed i risultati emersi dall’ultimo rapporto ISMEA sul tema dell’internazionalizzazione.

L’obiettivo centrale di questo appuntamento online, moderato da Fabrizio De Filippis, Professore ordinario dell’Università degli Studi Roma Tre, è stato quello di dare un taglio operativo ai risultati emersi dal report, “utili soprattutto alle piccole imprese che non usufruiscono di un ufficio analisi che li possa guidare nei mercati esteri” come ha giustamente messo in luce Maria Chiara Zaganelli, Direttore generale ISMEA.

ISMEA ha presentato un rapporto strutturale che riguarda gli scambi commerciali con l’estero del settore agroalimentare dal 2012 al 2021 con una ulteriore integrazione congiunturale relativa al 2022.

Fabio Del Bravo, Responsabile Direzione Servizi per lo Sviluppo Rurale – ISMEA ha focalizzato il suo intervento sull’analisi delle sfide globali del made in Italy agroalimentare, prendendo in esame i fattori di competitività e le prospettive nel contesto attuale di crisi globale.

Nell’ultimo decennio, il commercio con l’estero agroalimentare italiano rappresenta inequivocabilmente una storia di successo, grazie soprattutto alla forte crescita delle esportazioni del comparto dei trasformati.

Dopo decenni di forte deficit strutturale, nel 2020 il saldo import-export è risultato positivo. Il suo ritorno in negativo nel 2022 è frutto della eccezionale impennata dei prezzi delle materie prime agricole, che ha fatto lievitare il valore delle nostre importazioni

Tasso annuo di crescita delle esportazioni

Tra il 2021 ed il 2022 si sono verificato forti squilibri tra la domanda e l’offerta mondiale per le principali commodity. Le pressioni al rialzo sui prezzi delle materie prime, del petrolio e il boom dei prezzi dei fertilizzanti (+28%) hanno avuto un impatto rilevante sull’andamento degli scambi mondiali di prodotti agroalimentari.

Nel decennio 2012-2021 il tasso annuo di crescita delle esportazioni mondiali di prodotti agroalimentari è cresciuto del 4% ed è divenuto sempre più denso e articolato con la presenza di più Paesi esportatori e nuove aree di scambio regionali.

Ad esempio nel 2021 il Brasile ha superato la Germania, aggiudicandosi il 3° posto a livello mondiale, mentre la Cina ha mantenuto saldo il suo 5° posto. Tra i primi 20 Paesi export si nota la crescita rilevante di Polonia, Messico e Argentina, a scapito ad esempio del Regno Unito.

Nella graduatoria dei Paesi importatori di prodotti agroalimentari, la Cina che nel 2005 era al 10° posto, nel 2021 ha rappresentato il primo mercato import a livello globale.

Export agroalimentare italiano

Per quanto riguarda l’Italia, nella graduatoria mondiale degli esportatori di prodotti agroalimentari ci inseriamo al 9° posto, in Europa ci posizioniamo dopo Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi (quest’ultimo non è un Paese produttore, ma un hub commerciale).

Ma c’è un dato molto positivo da prendere in considerazione: nel periodo 2017-2021 l’Italia ha avuto un tasso medio di crescita del 6% a fronte di un +4,3% a livello “Mondo” ed un +3,9% per i Top10.

L’export agroalimentare rappresenta dunque un settore di forza per l’Italia, lo dimostra il fatto che la forbice della quota di mercato del settore è sempre più ampia rispetto all’export totale del nostro Paese (+5,8% medio annuo per l’agroalimentare contro il +3,3% del totale tra il 2012 e il 2021)

I primi 20 mercati export congiuntamente assorbono più dell’80% delle nostre vendite e circa la metà di questa quota è destinata a Germania, Francia e Stati Uniti. Sei destinazioni extra-europee coprono il 21% del valore esportato nel 2021: USA, Giappone, Canada, Russia, Cina e Australia.

Un dato interessante riguarda il valore dell’export italiano verso la Polonia che è aumentato del 54% rispetto al 2017 (trainato dal comparto delle bevande).

L’Italia è il maggiore esportatore mondiale di pomodori (pelati e polpe) e paste alimentari, per i quali soddisfa rispettivamente l’85% e il 46% della domanda mondiale.

I vini spumanti italiani coprono il 24,4% della quota di mercato sulle importazioni mondiali ed i vini in bottiglia (in confezioni inferiori ai 2 litri) raggiungono il 20,1%.

L’andamento delle esportazioni in valore dei prodotti made in Italy nel 2022 vede il vino in bottiglia (< 2 litri) al primo posto con una crescita del 7% ma una flessione in volumi del 2%. Al secondo posto la pasta con una crescita in valore del 38% ed in volume del 7% ed al terzo posto tornano i vini spumanti, con un incremento in valore del 19% e del 6% in volume.

L’export agroalimentare italiano si distingue da quello di tanti altri grandi esportatori per la sua estrema distintività, associata all’attenzione e alla curiosità per il made in Italy; ne deriva una domanda per i prodotti italiani solida e «ricca», sensibile alla qualità e relativamente rigida rispetto ai prezzi.

Criticità e soluzioni

Le criticità si sono manifestate quando il contesto di mercato si è caratterizzato per una penuria di prodotti e prezzi eccessivamente elevati, che hanno messo in crisi alcune filiere.

In questo senso, secondo Del Bravo l’approvvigionamento interno va irrobustito, ma non è condizione sufficiente a garantire stabilità nella produzione, e quindi dell’export, specie in presenza di eventi meteoclimatici sfavorevoli.

In prospettiva strategica, più che sostituire importazioni, vanno sfruttati gli ulteriori margini di crescita dei volumi di commercio: sia sul fronte della domanda finale, per difendere e ampliare il successo del made in Italy (per esempio trasformando l’Italian sounding in domanda effettiva di prodotto italiano); sia sul fronte dell’offerta, ampliando il paniere dei prodotti (ortofrutta fresca), delle destinazioni (con un occhio particolare alle più dinamiche) e della base imprenditoriale.

Prosecco DOC, bandiera dell’export

Un esempio tangibile del successo dell’export agroalimentare italiano, è il Prosecco DOC. Luca Giavi, Direttore Consorzio di tutela DOC Prosecco è intervenuto durante il webinar per fare un quadro di questo segmento che registra l’81% di export con 638 milioni di bottiglie spedite all’estero. Inoltre il 19% rappresentato dal mercato domestico fa si che il Prosecco DOC rappresenti la denominazione più venduta in Italia.

Una delle chiavi di successo, secondo Giavi, è stata quella di poter contare sulla normativa europea e su una governance in grado di allineare le produzioni territoriali alle richieste di mercato per evitare un eccesso di offerta rispetto alla domanda.

Sul fronte export un dato molto interessante riguarda il 2022, anno in cui gli USA sono diventati per la prima volta il mercato export leader a livello mondiale del Prosecco DOC, superando il Regno Unito sino a quel momento detentore dello scettro. Il 3° è la Germania ed il 4° la Francia con una crescita del 17%.

Il mercato cinese ha fatto segnare un calo del -36% ma è un mercato che ha sempre dimostrato una certa volatilità, deve ancora evolvere.

Inoltre nel 2022 il dato dell’incremento a valore è stato significativo, andando a sfatare l’immaginario secondo cui il successo del Prosecco sia legato esclusivamente al prezzo. Secondo Giavi, il successo in Francia ne è testimone, anche se i francesi, per giustificare questa ascesa, hanno puntato il dito sui miscelati e sulla moda degli aperitivi.