Antonio Santarelli alla guida di Casale del Giglio prosegue la tradizione familiare nello sviluppare l’attività di export con differenti progetti volti a valorizzare il grande patrimonio degli autoctoni laziali.

Dott. Santarelli qual è attualmente la situazione di sviluppo del mercato di Casale del Giglio?
Abbiamo creduto da subito nel “km Zero”, pertanto il nostro mercato è prevalentemente quello di Roma e del Lazio per il 70% circa. Un 20% delle nostre vendite si registrano in Italia (ristoranti, wine-bar ed enoteche). Il restante 10% è export. Su questo ultimo stiamo concentrando le nostre energie.

Quali sono le etichette che all’estero vi rappresentano maggiormente?
I vini più facilmente spendibili non sono, per il momento, le nostre etichette di punta come Mater Matuta o Anthium. Il mercato Europeo e Internazionale ha una conoscenza ancora limitata della nostra area geografica. Il focus riguarda gli autoctoni Bellone e Cesanese, etichette più facilmente comprensibili sia in Brasile, in Cina, in Canada, in Giappone così come in Europa, ad esempio in Germania. Educhiamo il consumatore alla conoscenza del nostro territorio nell’ottica di proporre vini sempre più esclusivi.

Ci parli del grande lavoro sugli autoctoni Bellone e Cesanese.
In effetti il primo autoctono valorizzato è stato quello di Ponza: la Biancolella. Poi il percorso è proseguito con i vitigni locali, di cui l’Italia è così ricca, come Bellone e Cesanese. Il primo è coltivato un po’ in tutto il Lazio, dai Castelli Romani sino ai Monti Lepini che dividono la provincia di Latina dalla provincia di Frosinone, fino alle propaggini della città di Anzio. Un vecchio detto racconta che il Bellone sia un vitigno che “ama l’aria del mare”; abbiamo recuperato alcuni filari di vecchie vigne su piede franco, poste proprio in questi areali, di proprietà di anziani viticoltori. Tralci rimessi a dimora, sui quali abbiamo sviluppato specifici progetti proprio perché è considerata una varietà di pregio dalle grandi potenzialità: uva dalla buccia piuttosto spessa che conferisce ricchezza in termini di profumi e di intensità gustativa.

Potremmo definire sperimentazione e dinamismo le vostre chiavi di lettura?
Sì, da sempre abbiamo creduto nella sperimentazione sviluppando piani di lavoro che andassero a valorizzare, inizialmente varietà internazionali, ad esempio, il Petit Verdot in purezza. Nel 1985 abbiamo messo a dimora 57 varietà diverse in un’area caratterizzata da terreni bonificati molto simili alla Maremma ed al Bordeaux, molto esposti alla brezza marina e favorevoli sia a vitigni italici che internazionali. Percorsi rischiosi ma entusiasmanti che hanno visto quale interprete determinante dell’intero progetto il direttore tecnico dell’azienda, l’Enologo Paolo Tiefenthaler, diplomatosi all’Istituto di San Michele all’Adige (TN).

Quali gli obiettivi futuri?
Tra gli obiettivi futuri c’è una bollicina di grande finezza che ci auguriamo di produrre fra Amatrice ed Accumoli, colpite dal terribile terremoto del 2016.
Abbiamo pertanto piantato nel 2018 un piccolo vigneto di Pecorino.
Con pazienza e passione siamo certi che arriveremo al nostro obiettivo!
Puntiamo ancora di più ad aumentare la presenza delle etichette laziali nelle Carte di Vini e, di conseguenza alla valorizzazione delle nostre eccellenze come Mater Matuta, blend di Syrah (85%) e una pennellata di Petit Verdot (15%) ed un Bellone evoluto, annata 2015, dal nome “Radix” affinato in barrique ed in anfora.