I dazi imposti e minacciati da Trump, un giorno sì e un altro pure, su numerosi prodotti importati nel suo Paese, compresi anche i nostri vini, sono purtroppo una realtà con la quale dobbiamo ormai fare i conti. Sarebbe però sbagliato considerarlo una sorta di fulmine a ciel sereno perché il nostro vino combatte da numerosi anni, spesso perdendola, una guerra, purtroppo silenziosa, su una serie innumerevole di barriere doganali innalzate da numerosi Paesi in varie parti del mondo.
Fa piacere notare adesso come tutti, a partire dalla varie organizzazioni professionali, si siano scatenati contro l’ennesima trovata radicale di Trump, ma forse sarebbe stato meglio “alzare la cresta” molto tempo fa.
E sì perché nonostante un mare di accordi commerciali internazionali, a partire dall’ormai storico Uruguay Round (iniziato a Punta dell’Este nel 1986) che portò nel 1994 (a Marrakesh) alla creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc; Wto), di fatto gran parte di quello che doveva diventare un grande mercato libero mondiale, senza più protezionismi, è andato a farsi friggere.
Una serie innumerevole di buoni propositi che poi costantemente si sono scontrati con gli interessi dei singoli Paesi. Quello che doveva finalmente diventare un mondo senza più barriere si è trasformato invece in una babele costruita su dazi, accise e tasse di varia natura; una incredibile costruzione fatta di norme burocratiche che hanno reso l’attività dell’export sempre più complessa se non addirittura impossibile.
L’elenco dei Paesi che di fatto hanno reso quasi impossibile l’importazione di vino entro i loro confini è di anno in anno sempre più lunga. Basti pensare all’India dove tra dazi e tasse si arriva ad una media di circa il 160% (e in alcuni Stati si supera anche questa percentuale). O in Brasile dove siamo già abbondantemente sopra l’80%.
Certo, se le minacce di Trump su dazi del 100% anche sui vini italiani negli Usa, diventassero reali (e a questo punto non possiamo essere ottimisti) è chiaro che sarebbe una mannaia pericolosissima per il nostro export in questo Paese che, ricordiamo, anche nel 2019 si è confermato il primo nostro mercato (nei primi 9 mesi dello scorso anno il valore del nostro export negli Usa è stato di 1,124 miliardi di euro).
Ma questa, purtroppo è solo l’ennesima dimostrazione di come oggi le guerre non si disputano solo sui campi di battaglia ma anche attraverso “nuovi” protezionismi che possono causare, però, danni drammatici all’economia di molti Paesi, compreso il nostro.
Fare l’elenco di quanti nostri produttori sarebbero danneggiati dall’innalzamento spregiudicato dei dazi sul vino italiano negli Usa è un esercizio inutile perché basta dire che lo sarebbero tutti coloro che stanno già esportando in questo grande mercato ma anche coloro che si stavano oggi approcciando ad esso.
Ma se oggi abbiamo paura delle decisioni di Trump dobbiamo chiederci se abbiamo fatto tutto quello che era possibile per non essere così “ricattabili”.
Trump, a nostro parere, può agire così perché gran parte della normativa cosiddetta “liberista” è stata una bufala ed oggi non possiamo non chiederci quanto questo sia avvenuto per “ingenuità” o, invece, per reale volontà di non volere raggiungere accordi veri ed inderogabili.
Quella degli pseudo accordi commerciali ricorda tanto quanto avviene sul fronte delle cosiddette intese sul “clima”.
E se questi sono i presupposti essere ottimisti oggi diventa veramente difficile.
Se c’è, quindi, una cosa positiva in tutto questo è la consapevolezza che non possiamo più essere superficiali anche su tematiche economiche così cruciali per un Paese come il nostro dove, peraltro, l’export agroalimentare gioca un ruolo determinante.
L’Unione Europea ha l’ennesima occasione non solo per far sentire la sua voce (mai così flebile purtroppo) ma anche per far capire ai suoi numerosi detrattori il suo ruolo fondamentale.
La posta in palio, quindi, è ben più alta di quella del nostro amato vino.
Ci voleva Trump per spaventarci con i dazi
Colpire i “nemici” con dazi sui prodotti più importanti è una delle strategie più evidenti dell’attuale presidente americano. Ma questa strategia è da tempo diffusa e, purtroppo, va ben oltre il Paese a stelle e strisce












































