Il 12 luglio scorso è stato il “compleanno” della prima legge italiana sulle denominazioni di origine dei vini che ha compiuto 56 anni (la stessa età di chi scrive per la cronaca).
L’ormai storico dpr 930/63, che si è poi evoluto nella legge 164/92 e nel più recente regolamento comunitario 479/2008, di fatto gettò le basi più importanti ed in gran parte tuttoggi applicate della tutela delle denominazioni di origine e del relativo ruolo dei Consorzi.
Ma il legislatore si rese conto della necessità di tutelare e regolamentare le produzioni di vino ben prima del 1963, attraverso leggi che risalgono anche agli anni trenta del secolo scorso.
Sarebbe quindi sbagliato negare l’importanza delle regolamentazione in un settore così complesso e articolato come quello vitivinicolo.
Detto ciò, però, non deve apparire un’eresia domandarsi se l’attuale regolamentazione sia adeguata ai tempi odierni.
In particolare, anche alla luce delle recenti decisioni di bloccare i nuovi impianti e di modulare l’immissione sul mercato dei vini della denominazione, da parte del Consorzio di tutela del Lugana e del Consorzio Valpolicella, appare interessante un’analisi del ruolo consortile nella gestione dei flussi produttivi.
Innanzitutto, come abbiamo avuto modo già di sottolineare, consideriamo molto positivo che i Consorzi esercitino anche il ruolo di “gestione del mercato”. Agire “solo” sul fronte della tutela e della promozione senza fare nulla per evitare pericolose eccedenze produttive rappresenta a nostro parere un limite notevole.
La domanda da porsi, però, è se i Consorzi allo stato attuale sono dotati degli strumenti adeguati per applicare queste norme restrittive sul fronte produttivo e se queste vanno estese a tutti produttori a prescindere.
Ci rendiamo conto che non sia una questione semplice da affrontare e non vogliamo cadere in facile demagogia, ma riteniamo quanto meno utile e interessante affrontare questo tema con un atteggiamento aperto, laico, senza pregiudiziali ideologiche.
Innanzitutto è chiaro che affinché i Consorzi possano comprendere quando è il momento di agire e con quali azioni è fondamentale che siano dotati di osservatori del mercato autorevoli e soprattutto credibili.
Allo stato attuale è indubbio che sul fronte dei flussi produttivi le informazioni che abbiamo a disposizione sono decisamente credibili, ufficiali e trasparenti grazie agli organismi di controllo che fanno un lavoro prezioso su questo fronte.
Sicuramente le cose si fanno più complesse quando si scende sul mercato, dove le informazioni diventano molto più rarefatte, non facilmente controllabili e spesso anche pericolosamente manovrabili.
Non solo, i protagonisti (i produttori) di una denominazione registrano quasi sempre dinamiche sui mercati molto diverse tra di loro. Siamo cioè praticamente sempre alle prese con la classica situazione a “macchia di leopardo”.
Prendiamo come esempio proprio la Valpolicella, per la quale il Consorzio di tutela ha deciso nei giorni scorsi di applicare il blocco totale degli impianti per i vigneti della denominazione per i prossimi tre anni. Una scelta nata con l’obiettivo di riequilibrare il mercato attraverso una gestione controllata della superficie vitata e della relativa capacità produttiva. “Il successo dei vini della Valpolicella “, ha dichiarato a tal proposito il presidente del Consorzio tutela vini Valpolicella, Andrea Sartori ” è piuttosto recente e anche per questo ha bisogno di essere gestito al meglio. Negli ultimi 10 anni “, ha proseguito, ” il territorio ha visto crescere la propria superficie vitata di circa il 30%, con un incremento produttivo che sfiora il 40% e con un +50% di uve messe a riposo per Amarone e Recioto”. Per Sartori “servivano scelte coraggiose e coscienziose per garantire la corretta remuneratività della filiera e la tenuta del prezzo medio: per questo in sede di assemblea dei soci abbiamo di recente approvato misure straordinarie di riduzione sia delle rese che della cernita delle uve destinate all’appassimento e richiesto il blocco degli impianti. Una politica contenitiva, questa, in via di adozione anche da parte di altre grandi Doc italiane”.
Letta così la scelta del Consorzi della Valpolicella sembra ineccepibile. Ma dal nostro punto di vista può essere questa l’occasione per riflettere se una scelta di questa natura potrebbe non essere applicata a tutti i produttori?
È chiaro che per arrivare ad un intervento mirato e non erga omnes sarebbero necessarie informazioni molto più trasparenti e credibili sul fronte del mercato. E qui la volontà delle aziende di mettere a disposizione i loro dati sui mercati, soprattutto sul fronte prezzi, appare fondamentale, una sorta di conditio sine qua non per poter ipotizzare un’applicazione di una norma non a tutti.
Certo si aprirebbe anche la questione di chi andrebbe a verificare questi dati, una sorta di Consob delle aziende del vino, ma non provare a riflettere sulla questione ci sembrerebbe un errore.
È indubbio, infatti, che esistono leggi a cui tutti devono sottostare ma è comprensibile che per le aziende virtuose, quelle che stanno attente alle loro rese, che presidiano al meglio il loro posizionamento, insomma che gestiscono i maniera egregia il mercato, alcune scelte consortili possano apparire molto limitative per il loro sviluppo.
Ma con onestà siamo convinti che una “rivoluzione” anche della gestione delle nostre denominazioni, che da tempo auspichiamo dalle pagine di Wine Meridian, è possibile solo se tutto il sistema produttivo accetta la regola chiave della trasparenza.
Senza trasparenza, anche i “bravi” e i più “onesti” dovranno accettare il triste destino del noto “cornuto e mazziato”.