Giorni fa Davide Gaeta, autorevole economista del vino italiano, professore associato e docente di economia dell’impresa vitivinicola all’Università di Verona, durante un seminario, ha affermato che “vi è una gestione mediatica del dato statistico dell’export vitivinicolo italiano, tendente a generare un ottimismo ingiustificato”. Gaeta ha fatto poi alcuni esempi per dimostrare la sua affermazione. Tra queste il dato relativo alla percentuale di vini doc/igt italiani esportati che oggi raggiungono una quota di circa il 50% del totale. “Questo dato ” ha spiegato Gaeta ” viene enfatizzato come un successo omettendo, però, che la metà del vino italiano esportato è ancora rappresentato da vini da tavola, sfuso e quasi sempre di basso posizionamento”.
Gaeta, inoltre, ha evidenziato come di fatto oggi l’export del vino italiano è fortemente legato ad una tipologia come il Prosecco cresciuto nell’ultimo decennio del 600% e negli ultimi due anni del 44%. “Se togliamo questo dato dal nostro export ” ha detto Gaeta ” la situazione si ridimensiona in maniera evidente”.
Ma Gaeta ha anche ricordato che dei circa 6,2 miliardi di euro frutto del nostro export nel 2018 oltre un miliardo di euro va ascritto agli spirits.
Infine il professor Gaeta ha sottolineato come vi siano Paesi che non hanno più lo stesso entusiasmo nei confronti dei vini italiani come nel passato e tra questi ha citato la Norvegia dove stiamo perdendo quote di mercato (seppur rimaniamo leader consolidati).
Le osservazioni di Gaeta sono assolutamente corrette. Che l’export del vino italiano, nonostante la sua crescita enorme di quest’ultimo ventennio sia evidente, abbia ancora parecchi limiti non c’è dubbio.
Anzi, oltre alle osservazioni di Gaeta, potrebbero essere anche tante altre ancora le zone d’ombra dell’export italiano.
Ne citiamo una su tutte. Secondo le previsioni dell’export dei vini fermi al 2022 di IWSR non sarà certo l’Italia quella a crescere di più nel prossimo quadriennio. Davanti a noi, infatti, troviamo il Cile (+11 milioni di casse), la Spagna (+10,9 milioni), la Francia (10,3 milioni), il Portogallo (6,8 milioni), la Nuova Zelanda (5 milioni), la Georgia (2,9 milioni) e finalmente l’Italia con un aumento di 2,3 milioni di casse.
E’ altrettanto vero che spesso si esagera enfatizzando alcuni dati senza andare a leggerli in maggiore profondità.
Però, detto tutto questo, noi non possiamo non dichiararci ottimisti e di seguito proviamo a spiegarne i motivi.
Innanzitutto se guardiamo cosa è successo al mercato del vino nel suo complesso, dal 2007 ad oggi, ci accorgiamo che siamo passati dai circa 142 a oltre 192 miliardi di dollari. E in termini previsionali al 2022 IWSR parla di un aumento di altri 15 miliardi di dollari (per raggiungere un valore di ben 207 miliardi di dollari).
Come pure nel medesimo periodo sono cresciuti complessivamente anche in consumi, a parte un leggero declino del periodo 2013/2014. Di fatto dalle 2,3 miliardi di casse consumate nel mondo nel 2007 per il 2022 IWSR prevede che si giungerà a circa 2,5 miliardi di casse.
Certo è vero che la geografia dei consumi si sta decisamente modificando con una continua migrazione dai Paesi tradizionalmente produttori (Italia, Francia, Spagna) a quelli del nuovo mondo, in nord Europa, agli emergenti asiatici, ma questa non può essere letta necessariamente come una brutta notizia.
Saremmo molto più preoccupati di fronte ad un declino dei consumi generalizzato.
Non solo, ma non dobbiamo mai dimenticarci che allo stato attuale il vino rappresenta poco più del 10% a livello mondiale dei consumi di bevande alcoliche.
Certo, stiamo parlando di dati macroeconomici ma che comunque sono quelli raggiunti grazie anche alla crescita dell’export italiano.
La domanda quindi, a nostro parere, che oggi ci dobbiamo porre è la seguente: cosa devono fare le nostre imprese per intercettare al meglio evoluzioni dei mercati internazionali in larga misura molto interessanti? Quali le condizioni necessarie per sfruttare tutte le potenzialità sia come sistema Paese sia come imprese?
Ci vuole poco per capire che c’è molto da fare ma è altrettanto vero che sarebbe sbagliato, dal nostro punto di vista, generare eccessive preoccupazioni che rischiano di creare talvolta alibi pericolosi al nostro sistema vitivinicolo.
Per questa ragione noi oggi “sfruttiamo” i limiti del nostro export come stimolo per migliorare le nostre performance sui mercati internazionali. Talvolta anche per far riflettere quelle aziende che oggi probabilmente non sono pronte per l’export e che dovrebbero maggiormente concentrarsi sul mercato di casa.
Ma tutto deve avvenire nella massima trasparenza e realismo, senza eccessi nell’ottimismo ma stando lontani da qualsiasi forma di catastrofismo.