Nei giorni scorsi al termine di un nostro intervento in un seminario, un produttore emiliano ci ha chiesto: “Ma è possibile nel nostro sistema vitivinicolo far coesistere in maniera adeguata la grande realtà industriale (cooperativa o privata) con quella piccola artigianale?”.
La potremmo definire, in qualche misura, la domanda delle domande. La domanda che anche se non viene palesata è di fatto sottintesa in tutte le discussioni, polemiche all’interno di quasi tutte le denominazioni italiane.
E’ una sorta di guerra fredda del vino italiano che non si è mai di fatto conclusa.
Se pensiamo a quanti muri sono stati abbattuti dal secondo dopo guerra ad oggi deve far riflettere come il nostro comparto vitivinicolo non solo non ne ha distrutto nessuno ma ne ha costruiti numerosi nel frattempo.
Ma allora come si può rispondere alla domanda iniziale? Innanzitutto, a nostro parere, con una consapevolezza diremmo logica, razionale, e cioè che non abbiamo alternative alla coesistenza tra piccoli e grandi. Può apparire una banalità ma è così. I muri, infatti, che sono stati costruiti in tutti questi anni nei nostri territori del vino hanno generato conflitti infiniti e perdite più o meno elevate per tutti i competitor, a prescindere dalla loro dimensione.
Ci piaccia o no, questo è quello che è successo e sta succedendo. Chi pensa che vi sia un vincitore in questi conflitti se è in buonafede sa benissimo che in realtà si è tutti dei perdenti.
Se già partiamo da questa consapevolezza siamo sulla buona strada per trovare le soluzioni.
Soluzioni che a nostro parere sono racchiuse in due fattori: trasparenza e diversificazione.
Trasparenza significa evidenziare sempre, come abbiamo scritto ormai decine di volte, il modello produttivo (si deve rendere sempre più distinguibile il grande dal piccolo produttore ma non per questioni “sindacali” ma di costruzione adeguata di una piramide di posizionamento delle nostre denominazioni).
Diversificazione perché è alla base della costruzione di una piramide qualitativa delle nostre denominazioni finalmente efficace. Non ci spingiamo oltre perché abbiamo scritto centinaia di volte sul tema, per esempio, dell’utilizzo dei nostri “cru”, del miglioramento del posizionamento delle nostre denominazioni “sfruttando” (elevando) il vertice e non la base.
Ma oggi, in relazione a questa tematica, ci viene in aiuto un’esperienza unica nel panorama vitivinicolo del nostro Paese, per certi aspetti peculiare anche rispetto a quanto avviene a livello internazionale.
Stiamo parlando del Pinot Grigio. Ne abbiamo scritto anche recentemente in relazione ad un tasting organizzato a Vinitaly per evidenziare un ipotetico “stile italiano”. Su questo tema vi rimandiamo a link dell’articolo.
Ma l’esperienza del Pinot Grigio ci rimanda ancora una volta alla necessità di superare le barriere ideologiche e almeno provare a ragionare senza pregiudizi.
E’ possibile, pertanto, pensare, almeno una volta, a riunire sotto un unico tetto tutta la produzione di Pinot Grigio italiana? Anche riguardo al tema dello stile italiano, noi abbiamo espresso l’opinione che la nostra forza sta nella straordinaria eterogeneità produttiva.
Ma potremmo sognare di costruire insieme, grandi e piccoli, artigiani e industriali, una piramide qualitativa del Pinot Grigio percepibile a livello mondiale? Capace di far riconoscere i giusti posizionamenti? Capace di fare emergere le differenze senza la paura che questo impoverisca qualcuno o delegittimi qualcun altro?
C’è chi ormai cinquantasei anni fa disse la celebre frase “I have a dream” per superare steccati che dividevano le razze umane. Il vino italiano ha divisioni fortunatamente molto meno complesse perché allora non provare almeno a sognare?
Il Pinot Grigio fuori dalle ideologie
Lo sviluppo del Pinot Grigio italiano può rappresentare una opportunità straordinaria per riuscire finalmente a gestire una denominazione senza steccati ideologici a partire dalle pregiudiziali legate alle dimensioni produttive













































