Modena Champagne Experience, tenutasi il 13 e 14 ottobre scorso a ModenaFiere, giunta ormai alla terza edizione è un format collaudato. “È cresciuta di anno in anno ” come riferisce Lorenzo Righi, Direttore Club Excellence “con un pubblico di operatori specializzati provenienti da tutta Italia. Dalle isole alle regioni più lontane, non ci sono limiti geografici per chi sa di poter incontrare, in un’unica occasione, un così ampio numero di Maison”. Quest’anno in effetti il confronto è possibile con ben 125 realtà e 650 etichette da degustare alla presenza di numerosi vignerons e produttori. 4.500 presenze, un più 15% di visitatori rispetto all’anno precedente, a riscontro che l’interesse per lo Champagne è sempre più concreto.

Si sa, l’Italia è uno principali mercati che vede un giro d’affari di circa 158 milioni di euro nel 2018 e, in crescita del 4,2% rispetto all’anno precedente. Siamo il quinto paese, in valore, su numeri che a livello globale segnano nuovi record con 4,9 miliardi di euro. Cresciamo nel consumo, nel piacere che si è traslato dal momento “aperitivo” al godimento a “tutto pasto”, cosi come cresce la domanda, divenuta estremamente dinamica anche al di fuori dell’Unione Europa. La classicità di un metodo centenario affascina mercati come gli Stati Uniti che vedono un consumo di +2,7%, il Giappone con +5,5% e tutto il comparto cinese con Hong Kong e Taiwan con +9,1%.
Cambiano, insomma, i trend nel mondo che sposano un bere di lusso spesso sfaccettato su differenti interpretazioni, consolidate sulla forza espressiva dei vitigni internazionali.

Ma come cambia, e se cambia, la tendenza e l’andamento in Champagne?
Jancis Robinson, critica enologica britannica, giornalista e scrittrice di vini, affronta il tema relazionando sui “I Trend attuali in Champagne”. “Ora si producono Champagne di grande caratura non solo da parte di grandi Maison ma anche di piccoli récoltant manipulant”. Con questa affermazione si entra in quell’elite di vigneron che sempre di più si stanno affermando sui mercati, contribuendo a raccontare un’identità diversa dello Champagne. Non più solo assemblaggio ma vino di singola annata, vitigno, parcella o lieu dit di una singola vigna. Cambiano così gli stili che si assoggettano a una specifica vendemmia, al territorio, al risultato di un’annata ben identificata, precisa nel gusto e nel calice. Nuove generazioni che cavalcano un nuovo movimento fatto di identità del luogo e di geografia: la territorialità.
Etichette “parlanti” dei piccoli grower comunicano, informano, un mondo di appassionati sempre più deciso a non voler solo sorseggiare ma a capire.
Cambiamenti che si evidenziano in molti altri aspetti come la rinnovata qualità che segue al periodo buio del 2008, segnato da un brusco calo delle vendite che toccarono i 5 milioni e 400 mila bottiglie. Produrre Champagne di media qualità è stata chiaramente una scelta perdente.
Oggi la consapevolezza, unita ad un sensibilità all’ambiente più attenta, legata alle nuove sfide poste dai cambiamenti climatici hanno permesso di proporre vini che solo un decennio fa non avrebbero avuto mercato e interesse. Calici a volte imperfetti, non sempre stilisticamente eleganti ma sempre di più legati a una ricerca vinicola che non prevede ricette preordinate.
Un contesto di “trend” in cui si inserisce il ritorno sempre più preponderante all’utilizzo di botti di rovere per la vinificazione e l’affinamento, legittimato da dosaggi sempre più contenuti, oggi la prevalenza è il dosaggio zero e extra brut, da una lunga sosta sui lieviti, dal desiderio di penetrazione di nuovi mercati e di gusti che hanno avvicinato anche l’uso di anfora e cemento.
Una rivoluzione che non ha tralasciato di confrontarsi con il successo del Prosecco che, nonostante 464 milioni di bottiglie prodotte, di cui il 75% esportato in tutto il mondo, ha in qualche modo spezzato il pregiudizio in merito allo Champagne, sempre di più vino di élite, sempre di più vino di elevata caratura.
Un inedito momento di fortuna.