Dopo varie occasioni di confronto con export manager e imprenditori, ci è sembrato di capire che per molti una fra le soluzioni per far crescere la notorietà dell’azienda è migliorare quello che viene definito “brand storytelling”. Ma in quanti sanno davvero cos’è lo storytelling aziendale e quali sono le varie forme che può assumere? A darci supporto nella stesura di questo articolo Tiziana Cavallo, docente e responsabile della comunicazione integrata dell’Ateneo dell’Università di Verona, giornalista professionista, ed esperta di narrazione transmediale. 

Transmedia Storytelling, o narrazione transmediale. 
brand storytelling.
Tutte le aziende, hanno una storia da raccontare, una propria identità che la contraddistingue dalle altre. Per meglio focalizzarla e narrarla, occorre compiere un viaggio introspettivo, seguendo un processo di auto-analisi, una riflessione su sé stesse, per definire chiaramente la propria identità, per capire meglio i propri punti di forza e quelli di debolezza.

Affinché il racconto di un brand sia in grado di differenziarsi dalle altre narrazioni, deve essere traboccante di personalità, deve saper incuriosire, coinvolgere e connettersi emotivamente con i consumatori, destando sensazioni forti (come paura, felicità, sorpresa, meraviglia) e facendo leva su valori ed ideali condivisi e condivisibili dai suoi interlocutori.
Senza questi elementi è impossibile poter anche solo iniziare a concepire il concetto di narrazione transmediale, essi infatti concorreranno per essere parte di quello che nel transmedia si chiama “universo base”, ma ci arriviamo tra poco.

Quali sono i diversi tipi di storytelling e in cosa si differenziano?
Innanzitutto troviamo lo storytelling aziendale puro che, attenzione, non è semplicemente il sito dell’azienda contenente un breve accenno su “la nostra famiglia dedica passione all’attività, siamo ricchi di ricordi e tradizione”, ma qualcosa di più profondo e coinvolgente. La propria storia, il proprio core message, può essere poi veicolato su più canali (da quelli social a quelli più tradizionali), diventando così parte di una narrazione cross-mediale. In sintesi, stesso messaggio su canali diversi. Ed è qui che arriviamo al terzo tipo: la narrazione transmediale. Come la definisce Henry Jenkins nel suo testo del 2006 Cultura convergente, è una forma narrativa che, muovendosi attraverso diversi tipi di media, contribuisce a perfezionare ed integrare l’esperienza dell’utente con nuove e distinte informazioni. Ogni medium, veicolando nuove e distinte informazioni, contribuisce allo sviluppo della storia e alla comprensione del mondo narrato. In questo modo l’utente è chiamato a ricostruire il significato complessivo di un’opera integrando vari media.

universo di base forte, e di diversi universi paralleli che veicolino messaggi diversi rispetto a quello dell’universo di base, ma ad esso collegati da una sorta di “filo rosso”. L’insieme di tutti questi elementi e l’interazione del consumatore finale con essi contribuiscono alla creazione di una vera e propria esperienza del consumatore finale che rimarrà profondamente coinvolto e legato al brand in grado di predisporre la comunicazione transmediale.

Il transmedia è applicabile al vino?
Risposta semplice: assolutamente sì. Il vino è un elemento molto narrabile, piacevole e l’Italia del vino ha molte storie da raccontare. Ciò che risulta più difficile è saper raccontare la propria storia, veicolando un ricordo positivo, diverso, unico e percepibile alla stessa maniera in tutti i paesi del mondo con cui si decide di entrare in contatto.
In Italia ci sono buoni casi di storytelling aziendale, il Museo del Vino di Masi ne è un esempio virtuoso, ma di narrazione transmediale ancora nessuno, anche se sarebbe auspicabile cominciare ad approcciarsi a questo tipo di comunicazione, delicata, difficile ma molto efficace e coinvolgente. Sappiamo bene che oggi il consumatore non vuole solamente acquistare e gustare un prodotto, ma con esso vuole vivere un’esperienza memorabile, e l’esperienza è la parola chiave del transmedia storytelling.

“Sì, ma quanto ci guadagno?”
Unico forse effetto negativo del transmedia o meglio della comunicazione in generale è che il suo rapporto con le entrate monetarie non è direttamente misurabile. Non si può dire quante bottiglie ho venduto con lo storytelling, e se si parte con l’intenzione di fare storytelling per vendere di più si parte col piede sbagliato. La comunicazione e la narrazione predispongono alla vendita, portando a qualcosa di molto più prezioso delle quantità vendute nell’anno in cui si ha iniziato a farlo, ovvero notorietà del brand, engagement e memorabilità.
Se parliamo di narrazione transmediale poi, investire in essa è un costo elevato per le aziende, significa assumere un team di persone che si dedichino esclusivamente alla creazione dei messaggi correlati all’azienda e al collegamento di essi. Ma il risultato si prevede sia sorprendentemente positivo e ci auguriamo che presto qualcuno decida di partire per questa avventura.