Lo sappiamo bene, non abbiamo un pianeta di riserva, o almeno non ancora. Fantascienza a parte, oggi i media ci inondano tutti giorni con le ultime notizie sull’ambiente, e se anche sulla vostra home di Facebook compare, almeno una volta al giorno, l’immagine di una spiaggia invasa dai rifiuti, sapete bene a quale trend di notizia ci stiamo riferendo. È l’argomento clue del momento, il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente, argomento che lentamente sta ispirando i governi mondiali: chi ha tempo non perda tempo e faccia uno sforzo per salvare il nostro, ansimante, pianeta, prima che sia troppo tardi. Allarmismo? Neanche troppo. Ma l’Italia del vino in questo come si comporta? I consumatori sono sempre più attenti a ciò che è healthy, ormai non più solo nei mercati del nord Europa, ma anche sul mercato nazionale, dove l’Italia del vino cresce ogni giorno di più.

A darci questa occasione di riflessione, un articolo di Forbes, che con fierezza afferma: l’Italia è il più grande produttore di vino al mondo. Secondo l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino (OIV) inoltre, l’anno scorso ha mantenuto la sua prima posizione con una produzione di circa 48,5 milioni di ettolitri, seguita da Francia e Spagna.
E fra gli esportatori, è sul podio, vende vino per oltre $ 6,8 miliardi all’estero, preceduto solo dalla Francia. Come accennato prima, anche il mercato nazionale sta aumentando, sia in termini di consumi che di valore economico. Qualche settimana fa, in occasione di Vinitaly, ANSA ha infatti annunciato una crescita del 2,8% del valore finanziario del vino all’interno del mercato nazionale.

I dati dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) hanno dimostrato che, entro la produzione totale dello scorso anno, oltre 20 milioni di ettolitri hanno ottenuto le più alte classificazioni di origine, vale a dire le etichette DOGC e DOC. A guidare questa crescita è il nostro Prosecco, le cui esportazioni, anche secondo uno studio pubblicato qualche anno fa da Mediobanca, stanno giocando un ruolo chiave per il settore enogastronomico. Prosecco è infatti la scelta più frequente, a discapito del più famoso (e un po’ snob) cugino Champagne.

Nel corso degli anni, quando il Prosecco divenne oro puro per le province del nord-est, i vigneti continuarono a moltiplicarsi e, mentre i turisti si godevano lo scenario da cartolina delle colline venete, il terreno diventava sempre più saturo, trasformando le campagne in un infinito complesso di filari. Vite dappertutto: nei cortili, lungo le strade, in altre coltivazioni. In poco più di cinque anni, il terreno dedicato ai vigneti è aumentato dell’80%. I territori del Prosecco, adiacenti alle Alpi, iniziarono a perdere le loro foreste per fare spazio alle coltivazioni della vite, ma la perdita di biodiversità non sembrava essere un problema poi tanto grande, specie se il tipico intuito italiano ne annusava l’odore di affari, a tutti gli effetti oggi confermato.

La diffusione dei vigneti non solo minaccia la diversità nell’ambiente, ma danneggia anche la flora circostante e la salute delle persone che vivono nell’area. Poiché il suolo non è in grado di sostenere da solo una così vasta area di coltivazione intensa, l’uso di prodotti chimici si è reso necessario per tenere il passo con gli attuali livelli di produzione. Le persone hanno iniziato a preoccuparsi per l’aria che respirano e il cibo cresciuto vicino ai vigneti.
Tutte queste sono informazioni che stanno iniziando a circolare più frequentemente, e che il comparto dovrà considerare se vuole continuare a crescere.
I residenti hanno già intrapreso una serie di iniziative contro l’uso di questi prodotti tossici, poiché la qualità dell’aria è scesa portando un rischio per la salute. A porre ulteriormente la questione sotto i riflettori, la nomina della regione del Prosecco a diventare un patrimonio mondiale dell’UNESCO alcuni anni fa. Le amministrazioni locali hanno cercato di limitare e regolamentare l’uso dei pesticidi, ma il problema non potrà certo limitarsi alla riduzione di questi. Le denominazioni, unite nei consorzi e nelle associazioni, dovranno porre rimedio ed evolvere le produzioni ad essere in linea con ciò che l’ambiente ci impone, e di conseguenza il mercato. 

Non sappiamo quanti colpi di tosse mancheranno al pianeta prima di ammalarsi seriamente, e se c’è la possibilità di trovare una cura, facendo comunque fruttare gli affari, perché non cominciare a pensarci?