Mancano meno di 48 ore all’inizio della 53a edizione di Vinitaly. Ne abbiamo vissute più di trenta e, quindi, possiamo dire di aver in qualche misura “partecipato” alla straordinaria evoluzione del vino italiano.
Di cosa avverrà durante i 4 giorni di Vinitaly ne daremo ampie notizie da oggi ai prossimi giorni ma oggi vogliamo concentrarci su quello che è il cardine del settore e cioè il suo stato di salute.
Come arriva il comparto vitivinicolo italiano a questa edizione di Vinitaly?
La domanda è difficilissima e se non fossimo coraggiosi, qualcuno probabilmente direbbe folli, eviteremmo anche di provare a dare un risposta.
Siccome però, e i nostri lettori penso ormai ci conoscano, il nostro stile è all’insegna della trasparenza e del metterci sempre la faccia, noi tentiamo, di dare alcune risposte al sopracitato quesito.
Innanzitutto la risposta va divisa in due parti: una riferita ai dati ufficiali e un’altra, invece, in relazione a quello che non emerge dai dati ma dalle numerose valutazioni che noi riceviamo dal mercato, dalle aziende in primis, ma anche da manager e da operatori del trade, sia in Italia che all’estero.
E il quadro che ne viene fuori è decisamente bicolore, da un lato la luce, dall’altro se non proprio il buio sicuramente la penombra.
Un’altra premessa doverosa che va fatta è che allo stato attuale i dati di mercato del vino sono sempre molto parziali e riguardano quasi esclusivamente il mondo del off trade, della grande distribuzione tanto per intenderci, perché se ci spostiamo nel canale horeca tutto diventa più nebuloso. Pertanto, in un modo o nell’altro, dobbiamo dare fede anche alle valutazioni delle singole aziende per avere un quadro più preciso sullo stato attuale di salute del vino italiano.
Ma partiamo da uno dei report più attendibili e interessanti per capire l’economia del vino italiano, quello di Mediobanca, uscito proprio in queste ultime ore.
Ricordiamo ai nostri lettori che Mediobanca prende in esame praticamente le prime 168 aziende del vino italiane, quelle che nel 2017 hanno fatturato più di 25 milioni di euro ciascuna. Si tratta di 52 cooperative, 103 spa a controllo italiano e 13 società a controllo estero. Ma non è un campione di poco conto se si considera che rappresenta un aggregato di fatturato pari a 7,9 miliardi di euro, di cui 4,2 miliardi realizzati grazie l’export (di fatto 69% dei 6 miliardi di esportazioni rilevate dall’Istat). Pertanto il tasso di rappresentatività di queste 168 principali società risulta pari al 72,1% in termini di fatturato (su circa 10,3 miliardi di euro) e del 63,8% in termini di addetti (su 21.476 occupati).
Secondo il rapporto di Mediobanca il fatturato 2018 di queste 168 realtà è aumentato del 7,5% rispetto al 2017 (+27,1% dal 2013) grazie, in particolare, all’exploit domestico (+9,9%) e al buon andamento di quello estero (+5,3%).
Il maggiore sviluppo è realizzato dalle coop (+9,2%) trainate dal mercato interno (+13,6%). Spa e srl in crescita del 6,7% (+7% all’estero); crescono gli spumanti del 7,1% (grazie all’export +7,2%) e i vini non spumanti del 7,6% (spinti dalle vendite domestiche +10,8%).
I Paesi UE si confermano il mercato estero principale, con una quota del 52% dell’export totale e un incremento del 5,6% rispetto al 2017.
Ci fermiamo qui, per quanto concerne il rapporto Mediobanca, perché a breve daremo ulteriori dettagli.
Se ci “limitiamo”, pertanto, a questa seppur rappresentativa fotografia, non possiamo non dirci soddisfatti.
Una soddisfazione che viene confermata anche dai dati provenienti dalla Gdo, quelli monitorati da IRI per Vinitaly, che testimoniano come, dopo la flessione del 2018, nei primi due mesi del 2019 una risalita. Infatti, i vini a denominazione d’origine sono aumentati in valore del 5,3% (bottiglia da 0,75), mentre il totale del vino confezionato cresce dell’1,7% (a volume).
Ma qui ci fermiamo, almeno per il momento, con i dati ufficiali.
Sono dati, ovviamente, che non mettiamo in discussione, ma è sempre più evidente che il mondo del vino italiano va a tantissime velocità diverse.
Ed è vero che le prime 168 realtà, fortunatamente, sembrano essere in buona salute con performance in crescita ma non bisogna dimenticare anche quel “rimanente ” 30% del sistema che però rappresenta oltre l’80% del tessuto produttivo italiano. E cioè le cosiddette pmi del vino italiano. Quelle che noi, nel nostro piccolo, seguiamo quotidianamente sui mercati sia italiano che esteri.
Su questo fronte non solo la situazione è quella classica a “macchia di leopardo” ma negli ultimi due anni abbiamo iniziato a sentire forte la preoccupazione di molte realtà produttive anche in denominazioni che fino a poco tempo fa sembravano veleggiare con il vento in poppa.
Sicuramente i problemi strutturali di parecchie aziende cominciano a farsi sentire alla luce di un mercato sempre più competitivo.
Sicuramente i limiti di notorietà di molte, troppe nostre denominazioni non agevolano le nostre pmi del vino (nemmeno le grandi a dire il vero).
Ma è giunto il tempo di accettare con trasparenza e coraggio la realtà e provare a trovare le possibili soluzioni perché alcune aziende stanno chiudendo i battenti in una sorta di silenzio assordante.
Buon Vinitaly a tutti.
Vinitaly 2019 quale lo stato di salute del vino italiano?
I dati ufficiali, oggi a disposizione, raccontano di un settore in sostanziale buona se non ottima salute mentre i “rumors” che arrivano dalle aziende evidenziano una situazione spesso molto diversa













































