La Russia si avvia verso una profonda recessione economica entro il 2025 a causa delle sanzioni globali imposte dopo l’invasione dell’Ucraina: questa è la previsione dell’economista Yuriy Gorodnichenko della University of California Berkley, il quale indica come cause il crollo delle entrate derivanti dalle vendite di petrolio e gas e la riduzione dei dollari statunitensi in entrata.
Le vendite di gas di Mosca all’UE sono diminuite drasticamente, la quota delle importazioni extra-UE di gas naturale è scesa dal 33% nel quarto trimestre del 2021 (prima dello scoppio della guerra russo-ucraina) al 13% nello stesso trimestre del 2023. Un taglio di 20 punti percentuali, compensato dall’Unione Europea con acquisti presso altri partner commerciali come gli Stati Uniti (22%), Norvegia (21%) e Algeria (18%).
Analoga la situazione commerciale per quanto riguarda il petrolio. Le importazioni di petrolio dalla Russia in UE sono diminuite dal 28% nel quarto trimestre del 2021 al 3% nel quarto trimestre del 2023. Un import UE dalla Federazione Russa quasi azzerato, compensato da forniture provenienti da Stati Uniti (16%), Norvegia (11%) e Kazakistan (9%).
Gorodnichenko paragona questa situazione a quella dell’Unione Sovietica, la cui economia collassò in cinque anni dopo aver perso l’accesso ai “petrodollari”.
Infatti uno degli aspetti meno analizzati e noti legati alla crisi finale dell’Unione Sovietica riguarda proprio il calo delle entrate pubbliche, fortemente dipendenti dall’esportazione di gas e petrolio. La Cia stimò che nel 1985 il 35% delle entrate in dollari di Mosca dipendevano dagli idrocarburi. Solo un terzo di queste enormi entrate erano generate dall’export nei Paesi occidentali, mentre i restanti due terzi erano destinate ai Paesi socialisti del Comecon (Consiglio di mutua assistenza economica).
Nel maggio del 1986, il prezzo del barile scese sotto i 10 dollari. Ciò generò un duplice effetto: da una parte le entrate in valuta pesante si abbassarono; dall’altra, i Paesi socialisti, legati a contratti di fornitura di lungo periodo, finirono per pagare il petrolio più della compagine occidentale, acuendo fortemente i problemi di stagnazione.
Secondo Gorodnichenko, la Russia moderna è ancora meno autosufficiente rispetto all’Unione Sovietica, ciò sta rendendo il declino ancora più rapido. La Federazione Russa è inoltre destinata a registrare un deficit di 1,59 trilioni di rubli (circa 18 miliardi di dollari) quest’anno, dovuto al pesante bilancio di guerra. Questi fattori, combinati con le continue sanzioni sul commercio di beni di consumo, potrebbero spingere il Paese in una profonda recessione entro il 2025.
Guerra dei dazi
Nonostante questo scenario, il Cremlino mantiene una linea dura, minacciando di raddoppiare i dazi sulle importazioni di alcolici, incluso il whisky scozzese dal Regno Unito, a partire da agosto. Sta inoltre valutando l’imposizione di dazi del 200% sulle importazioni di vino dagli Stati membri della NATO.
Molte grandi aziende del settore delle bevande hanno cessato le loro attività in Russia in segno di sostegno all’Ucraina. Aziende come Pernod Ricard, Heineken, Carlsberg e Bacardi hanno interrotto le loro operazioni nel Paese, anche se il processo è stato complicato per alcune di esse, in particolare Bacardi. Tuttavia, non tutte le aziende sono state trasparenti riguardo alla loro uscita dal mercato russo, con alcune che continuano a commerciare utilizzando la Lettonia come intermediario per nascondere i legami.
Aumento consumo alcolici
Con la diminuzione dell’offerta di bevande alcoliche in Russia, la domanda è aumentata significativamente. La tensione psicologica causata dalla pandemia e dalla guerra tra Russia e Ucraina ha portato a un aumento del consumo di alcolici. Nel 2023, il consumo pro-capite di alcol in Russia ha raggiunto gli 8 litri l’anno, il picco negli ultimi nove anni. “Attualmente le vendite pro-capite di alcol stanno crescendo in Russia. Questo indica chiaramente un aumento del consumo. È così che la popolazione risponde alle difficoltà,” spiega Evgeny Andreev, ricercatore presso il Centre for Demographic Research of the Russian Economic School (NES). Anche in Ucraina la domanda di alcolici è aumentata dall’inizio della guerra, con una crescita notevole del consumo di gin.
Secondo gli autori dello studio, il livello reale di consumo potrebbe essere superiore di quasi un terzo rispetto a quello indicato dalle statistiche ufficiali. Circa il 60% delle bevande alcoliche sul mercato russo è rappresentato da distillati e tradizionalmente il maggior consumo si osserva nelle regioni settentrionali (Regione autonoma di Nenets, Sakhalin) e orientali della Russia. Queste ultime sono anche le regioni più povere del Paese, significativamente colpite dalla mobilitazione dell’esercito russo. In questo caso il consumo medio pro-capite è stimato attualmente in 21 litri all’anno, con un aumento del 25-30% rispetto al 2019. La crescita dei consumi si osserva anche nelle regioni musulmane della Russia, in particolare in Cecenia e Daghestan, nonostante l’attuale divieto di consumo di alcolici per questioni religiose.
Questi trend evidenziano le sfide che la Russia sta affrontando nel contesto delle sanzioni globali e delle pressioni economiche interne. I prossimi anni saranno cruciali per determinare se il Paese riuscirà a mitigare queste difficoltà o se dovrà affrontare la grave recessione prevista dagli esperti.












































