In un’azione volta a rispondere alla decisione della Commissione europea di proporre l’introduzione di dazi di 95 euro per tonnellata sull’import di cereali e del 50% sul prezzo di semi oleosi e derivati provenienti da Russia e Bielorussia, la Association of Winegrowers and Winemakers of Russia (AVVR) ha prospettato l’imposizione di dazi del 200% sulle importazioni di vino dai Paesi della NATO.

L’iniziativa è emblematica di una serie di tensioni commerciali e politiche che hanno caratterizzato le relazioni internazionali nel settore vinicolo e, se attuata, avrà un impatto significativo sull’industria vinicola internazionale e sul mercato russo del vino.

È interessante notare che l’anno scorso i Paesi NATO hanno esportato vino in Russia per un valore di 873 milioni di dollari, corrispondenti al 3% delle esportazioni totali di vino di questi Paesi. I principali esportatori sono stati Lettonia, Lituania e Italia che rappresentano insieme ben l’87% dell’export totale.

La scelta di Mosca, se adottata, rischierebbe praticamente di azzerare le vendite in Russia, dato che il vino è praticamente l’unico prodotto agroalimentare italiano sul quale non pesa l’embargo (il divieto d’ingresso riguarda invece frutta e verdura, formaggi, carne e salumi, pesce) introdotto dalla Russia con il decreto n. 778 del 7 agosto 2014, prorogato più volte come ritorsione alle sanzioni UE dovute all’annessione della Crimea.

Secondo Alexey Plotnikov, direttore esecutivo di AVVR, questa proposta sarà presa in considerazione dalle autorità russe a breve termine. L’AVVR ha proposto anche di introdurre una quota del 20% di vini russi nei negozi al dettaglio a partire dal 1° settembre 2024, con l’obiettivo di aumentarla fino al 50%. Inoltre, ha sollecitato ad inserire, all’interno dei menu dei ristoranti e caffè, una quota di vini russi di almeno il 50% con l’obbligo di posizionarli all’inizio dei menu.

L’argomento è complesso e merita un’analisi dettagliata degli effetti potenziali sulle diverse parti interessate. Innanzitutto, l’obiettivo dichiarato di AVVR è quello di rispondere alle sanzioni dei Paesi occidentali e sostenere il settore vinicolo russo, stimolando la produzione e il consumo di vino domestico. Quest’ultimo è un obiettivo legittimo, soprattutto considerando che l’industria vinicola russa è ancora relativamente giovane e ha bisogno di supporto per competere sul mercato internazionale.

Tuttavia, l’imposizione di dazi così elevati sulle importazioni di vino potrebbe avere conseguenze impreviste. Innanzitutto, i consumatori russi potrebbero subire un aumento significativo dei prezzi del vino, sia per i prodotti importati che per quelli domestici. Questo potrebbe ridurre il potere d’acquisto dei consumatori e causare una diminuzione della domanda complessiva di vino sul mercato russo.

È necessario ricordare che questa proposta segue altre azioni, come l’approvazione della legge federale n.345 del 2 luglio 2021 che riserva l’uso del termine “Champagne” esclusivamente per i vini spumanti prodotti in Russia, vietando di fatto l’uso del termine per i prodotti francesi.

Successivamente nel luglio 2023, il Governo russo aveva già aumentato i dazi sulle importazioni di vino dai Paesi “unfriendly” dal 12,5% al 20%, estendendo questa misura fino al 2024. Tuttavia, sembra che alcuni funzionari statali e produttori di vino locali ritengano questo aumento insufficiente.

Se dovessero essere introdotti i dazi del 200%, gli analisti prevedono un aumento dei prezzi per il vino russo fino al 30%. Inoltre si teme che le importazioni di vino da Paesi che non hanno aderito alla NATO come Sudafrica, Argentina e Cile non possano soddisfare completamente le esigenze interne del mercato russo del vino, potenzialmente causando carenze in alcuni segmenti di mercato.

È essenziale considerare il contesto geopolitico più ampio in cui si inserisce questa proposta. Le tensioni tra la Russia e i Paesi della NATO hanno avuto ripercussioni su diversi settori, tra cui quello energetico, quello militare e quello commerciale. L’imposizione di dazi sulle importazioni di vino potrebbe essere interpretata come un’altra mossa della Russia per riaffermare la propria sovranità e indipendenza economica, ma potrebbe anche alimentare ulteriori tensioni e conflitti.