Tom Hyland firma The Wines of Campania, primo libro interamente dedicato al vino campano: 374 pagine, cinque province, oltre novanta produttori e le fotografie dell’autore. Il volume dà voce ai protagonisti del territorio, dal dibattito Greco-Fiano al ruolo storico del Taurasi, e apre un confronto diretto sulla comunicazione della Campania enoica nel mondo.

Ci sono libri che si leggono e libri che si attraversano. The Wines of Campania di Tom Hyland appartiene alla seconda categoria: 374 pagine, cinque province, oltre novanta produttori, tutte le fotografie scattate dall’autore. È il primo volume in assoluto dedicato interamente al vino campano, e questo dato da solo dovrebbe farci riflettere. Ci è voluto un giornalista di Chicago, al suo novantesimo viaggio in Italia, per fare quello che nessuno di noi aveva ancora fatto.

Conosco Tom da anni e so quanto sia raro il suo modo di guardarci. Non è l’entusiasmo del turista né la distanza del critico che arriva, assaggia e riparte: è lo sguardo di chi frequenta la Campania da più di quindici anni, ha conservato le note di degustazione di quarant’anni fa e le consulta ancora. Gorelli, nella prefazione, lo definisce un narratore senza pretese e senza pregiudizi. È la descrizione più precisa che si possa dare di questo libro.

La struttura è rigorosa. Una prima parte su storia e vitigni, una seconda organizzata provincia per provincia (Caserta, Benevento, Irpinia, Napoli con Campi Flegrei, Vesuvio e isole, Salerno con Costa d’Amalfi e Cilento), una terza su spumanti, cucina e prospettive future, più tre appendici che da sole valgono l’acquisto: le denominazioni, i 101 migliori vini campani, i 50 ristoranti. Ma la forza del libro non sta nell’architettura. Sta nella scelta di lasciare parlare i produttori. Hyland riporta conversazioni intere, non estratti a effetto, e da quelle conversazioni emergono i suoli, i cloni, le annate, le paure e le strategie molto meglio di quanto farebbe qualsiasi scheda tecnica.

Tre cose mi hanno colpito in particolare. La prima è il capitolo “Greco versus Fiano”, dove il dibattito tra grechisti e fianisti diventa un racconto sull’identità irpina, con Vincenzo Mercurio, Antonio Capaldo e Ferrante di Somma a incrociare le lame. La seconda è la sezione sul Taurasi, che Hyland definisce senza esitazioni uno dei rossi più longevi del mondo e di cui ricostruisce il ruolo storico di Mastroberardino con una serietà da storico, non da cronista. La terza sono “I Ribelli”: Marco Tinessa di Ognostro, Raffaele Pagano di Joaquin, Raffaello Annicchiarico di Poderi Venere Vicchio, Nicola Nardone. Produttori che lavorano con Grieco, Camaiola, Agostinella, vigneti misti come quelli dei contadini di un tempo, e che Hyland tratta con lo stesso rispetto riservato a Feudi di San Gregorio.

Non è un libro compiacente. Nell’introduzione l’autore mette il dito nella piaga: la Campania è ancora poco conosciuta perché fino a ieri esportavano in pochi e perché manca, troppo spesso, uno spirito condiviso nel costruire l’identità del territorio. Cita l’Etna come esempio di cosa succede quando i produttori del Sud decidono di comunicare insieme. E nel capitolo finale lascia la parola a Capaldo, Avallone, De Conciliis, Erbaggio, che dicono cose scomode: la qualità è il primo livello, ma subito dopo viene la comunicazione, e su quella siamo indietro.

Ecco perché questo libro conta. Non perché ci racconta quanto siamo bravi, ma perché lo fa con la credibilità di chi ha guardato tutto, dalle cooperative del Sannio alle terrazze di Furore, e ha deciso che la Campania merita di stare accanto a Piemonte e Toscana. Il fatto che sia scritto in inglese, da una firma di Decanter e Food & Wine, lo rende uno strumento di posizionamento internazionale assolutamente prezioso. 

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Punti chiave

  1. Primo volume interamente dedicato al vino campano, frutto di oltre quindici anni di frequentazione del territorio da parte dell’autore.
  2. Struttura in tre parti con appendici su denominazioni, 101 migliori vini e 50 ristoranti selezionati.
  3. Le conversazioni dirette con i produttori restituiscono suoli, cloni, annate e strategie meglio di una scheda tecnica.
  4. Il capitolo sul Taurasi ricostruisce con rigore storico il ruolo di Mastroberardino nella denominazione.
  5. La comunicazione resta il vero limite della Campania enoica, secondo le voci raccolte nel capitolo finale.