E’ stata bene accolta dal Consorzio delle Venezie Doc (link) la proposta lanciata nei giorni scorsi da Unione Italiana Vini e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, di costituire un tavolo di confronto nazionale sul Pinot Grigio, in grado di favorire il monitoraggio delle varie aree vitate del Paese aiutando la filiera nel lavoro di tutela e valorizzazione di questo vino.
Giustamente il presidente del Consorzio Albino Armani ha auspicato che questo coordinamento nazionale “porti presto ad azioni sul mercato che aiutino l’aumento del valore della filiera produttiva del Pinot Grigio, che rappresenta il primo vino bianco fermo delle nostre esportazioni e una grande ricchezza del nostro sistema vitivinicolo”.
La domanda, pertanto, ora da porsi è proprio quella posta dal presidente Armani e cioè come aumentare il valore della filiera produttiva del Pinot Grigio.
Non vorremmo apparire i soliti facili “grilli parlanti”, vi garantiamo che odiamo questo ruolo che tra l’altro riteniamo inutile, ma è indubbio che se continuiamo a fermarci ai tavoli di confronto, alle cabine di regia, alle gestioni coordinate, senza mai entrare sui contenuti concreti delle azioni da realizzare, è difficile ipotizzare un grande futuro anche se gli obiettivi sono quelli giusti.
E’ indubbio che gli osservatori, quelli ben costruiti, bene inteso, sono essenziali per arrivare a delle fotografie veritiere di una filiera di un comparto.
E se ci fidiamo anche dei dati che ci ha fornito l’Osservatorio del vino di Unione Italiana Vini, che ci parlano di una superficie italiana di ben 31.327 ettari (circa quattro volte superiore al secondo in classifica, California e Oregon con 8.906 ettari e con la Francia addirittura al quinto posto con poco più di 3.000 ettari) si capisce presto quanto questa tipologia di vino conti per il nostro sistema vitivinicolo.
Il suo destino, pertanto, non può non stare a cuore a tutti gli attori dell’economia vitivinicola italiana.
E ci rendiamo conto che non è facile per tutti capire l’importanza di questa tipologia di vino la cui produzione (e superficie vitata) è concentrata fortemente nel Triveneto (che rappresenta da solo il 41% del vigneto mondiale di Pinot Grigio).
Non solo ma il Pinot Grigio è una sorta di vino “fantasma” per l’Italia dal momento che per circa il 95% viene esportato.
Quindi dobbiamo trovare strumenti, strategie, azioni per valorizzare un prodotto che pochi conoscono nel nostro Paese.
Sembra una banalità ma non lo è perché da questa constatazione, ad esempio, è nata l’idea diffusa che il Pinot Grigio sia sostanzialmente un vino “neutro”, con un indice di personalità alquanto basso.

Ed è questa concezione sbagliata, o comunque decisamente parziale, che porta a nostro parere ad una effettiva difficoltà di capitalizzare al meglio i valori potenziali di questa tipologia di vino.

Le strategie di posizionamento, di immagine finora realizzate, almeno dal nostro osservatorio, hanno fatto tutt’oggi fatica a fare emergere questo composito ed eterogeneo universo del Pinot Grigio italiano.

Lo abbiamo ripetuto spesso da queste pagine di Wine Meridian ma perché continuiamo a vedere ancora troppi pochi sforzi per valorizzare meglio le diverse anime del Pinot Grigio italiano.

E’ difficile, ad esempio, immaginare azioni internazionali dedicate al nostro grande bianco italiano senza una chiara e trasparente definizione del suo caleidoscopio produttivo.
Saremmo anche dei visionari illusi ma a noi piacerebbe un bel tour mondiale che raccontasse l’eccellenza del Pinot Grigio italiano attraverso le interpretazioni più peculiari, uniche, di alta personalità di alcuni protagonisti di questa produzione.
Continuiamo, infatti, a pensare che sarà sempre difficile individuare strategie di aumento del valore della filiera produttiva del Pinot Grigio, per dirla all’Armani, partendo dalla base e non investendo nei vertici qualitativi.

Ogni tentativo, anche nel passato, che ha cercato di elevare la qualità percepita di una denominazione e di conseguenza il suo valore, attraverso un esclusivo lavoro sulla base della piramide, non ha avuto successo.

E’ e sarà sempre il vertice ad innalzare questo valore. La base deve testimoniare costantemente come tutto il modello produttivo è orientato ad un innalzamento qualitativo, questo è fondamentale per non cadere addirittura nel rischio di diventare una commodities.
Noi crediamo in questo e riteniamo che la filiera del Pinot Grigio italiana posso giocare al meglio tutte le sue carte, dal vertice alla base.