Un nome che parla già da sé, quello di una realtà che sorge su fondamenta nobiliari (i Marchesi Falletti di Barolo) e che oggi fa tesoro del proprio passato per evolversi con il cambiare del tempo e l’evolversi dei consumatori. Stiamo parlando di Marchesi di Barolo, una cantina ben nota sul territorio italiano ed apprezzata dai più, non solo per il patrimonio storico che porta con sé, ma per il percorso che, con grande sapienza, sta portando avanti.
Quella che vogliamo raccontare è una storia affascinante, condotta oggi dalla famiglia Abbona, che non perde occasione per alimentare radici su cui cresce l’azienda, con l’obiettivo di mantenerla sempre in fiore.
Marchesi di Barolo: da dove comincia tutto?
Marchesi di Barolo nasce grazie ad una storia d’amore, quella tra il marchese di Barolo ed una nobildonna francese, Juliette Colbert di Maulévrier, divenuta poi la Marchesa di Barolo, la pronipote del ministro delle finanze del Re Sole. Nel 1806 si sposarono a Versailles per poi trasferirsi a Barolo. Animata da quello spirito intraprendente che connoterà tutta la sua vita, Juliette fece ampliare l’antica Cascina del Pilone, proprio di fronte al castello, predisponendola a ricevere le uve prodotte nelle estesissime tenute, per vinificarle correttamente in cantine ideali e così creare, per la prima volta nel territorio, un vino secco e apprezzabile. A questo vino diede il nome di Barolo, in onore del paese di provenienza dei grappoli del vitigno nebbiolo. Juliette rese il Barolo così famoso ed apprezzato che Re Carlo Alberto di Savoia lo desiderò per la Sua Corte. La Marchesa ne inviò 325 piccole botti lunghe (carrà), una per ogni giorno dell’anno, tranne per i 40 giorni quaresimali. Da quel giorno, il Barolo, fu conosciuto come “il Re dei vini”, ed “il vino del Re”. Nel 1864 la stirpe dei Falletti di Barolo si estinse, insieme alla Marchesa, che aveva lasciato tra le sue ultime volontà la fondazione di un ente morale, l’Opera Pia Barolo, cui, ovviamente, sarebbero stati affidati i Poderi e le Antiche Cantine di Barolo. La nostra famiglia, che aveva iniziato l’attività vitivinicola a Barolo fin dai primi anni dell’800 e fondato successivamente la “Cav. Felice Abbona & Figli” le acquistò nel 1929.
Le figure femminili sono sempre state un punto cardine della vostra attività?
Oggi si pone molta attenzione nella figura della donna in questo ambiente, e siamo orgogliosi di dire che per noi questo tema non è una novità, anzi, un valore che da sempre abbracciamo con convinzione. La Marchesa realizzò opere importanti nella storia del nostro Paese per favorire l’istruzione e, soprattutto, il riscatto da situazioni disagevoli in particolare per l’universo femminile. Noi siamo cresciuti con questa figura femminile così presente nei luoghi che abitiamo che quotidianamente ci stimola nel lavoro per il successo di un’impresa che è anche il successo di un territorio.
Da tempo le nostre Cantine sono aperte ed accoglienti. Amiamo far conoscere la storia e la cultura non solo del vino, ma di questo eccezionale territorio: Barolo e le Langhe dal 2014 fanno parte del Patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco.
Internazionalizzazione: come vi muovete sui mercati?
Ovunque andiamo ogni nostro vino racconta il connubio particolare ed intimo tra il territorio e il vitigno che meglio ne esprime l’essenza. Esportiamo in quasi 70 paesi e, grazie ai vini, portiamo sempre un po’ di casa in ognuno di questi.
Gli Stati Uniti sono ad oggi il Paese più importante per l’export. Nel loro interno, però, ogni stato è una realtà a parte: ci sono differenze marcate fra est, ovest, nord e sud che approcciamo con proposte che tempo per tempo riteniamo più adatte alle loro abitudini alimentari. Crediamo, infatti, che il vino, sia l’elemento principale per la convivialità, per il vivere insieme e, quindi, condividere piaceri ed emozioni.
Dopo gli USA, assai importanti sono il Canada, la Germania, la Norvegia e l’Asia.
Ed il mercato Italia?
L’’Italia rimane il nostro mercato più importante. Il 45% del nostro fatturato è realizzato sul territorio nazionale in cui siamo distribuiti capillarmente in quasi tutte le province.
Il nostro è il Paese più impegnativo, siamo i più critici al mondo!
Allora, se i nostri vini raccolgono successo in Italia, abbiamo la consapevolezza di poter essere apprezzati ovunque e ciò ci permette di presentarci anche all’estero con una grande forza.
Come vi posizionate in termini di sostenibilità?
Prestiamo molta attenzione a preservare il nostro territorio, cercando di conservare l’equilibrio e le peculiarità di ogni vigneto, esaltandole. Nel 2016 abbiamo acquistato 6 ettari di vigneti in Rio Sordo, un singolo appezzamento conosciuto storicamente come uno dei più idonei ed integri dell’area dei Barbaresco e ne abbiamo portato a compimento la certificazione biologica. Qui sorge “Cascina Bruciata”, una piccola gemma che rappresenta per noi oggi il coronamento di un sogno: l’azienda viticola da cui, fin dai primi anni ’80 acquistavamo le uve per produrre il Barbaresco Rio Sordo. Sotto questi vigneti, infatti, scorre un piccolo ruscello ipogeo; ed è proprio il rumore ovattato dello scorrere sotterraneo delle sue acque che dà il nome a questa località.
Qual è il vostro obiettivo futuro?
Crediamo che il mondo si muova ad un ritmo che occorre assecondare. Dobbiamo rimanere al passo senza perdere, però, la nostra storia e la nostra identità.
Possediamo ancora alcune delle grandi botti in rovere di Slavonia acquistate dalla Marchesa Juliette due secoli fa. Si tratta di un tesoro prezioso perché mantenute negli anni in perfetta efficienza. Altre, ovviamente, nel corso degli anni, sono state sostituite da botti di dimensioni adatte alle esigenze di affinamento dei vini che, oggi, devono essere potenti, austeri, ma evoluti, eleganti ed armonici. Tutto questo con grande passione, senza dimenticare di divertirci!
















































