Jancis Robinson lancia un allarme sulle eccedenze di vino mondiali. Contrariamente alle attese, non sono i vini economici a soffrire ma quelli premium, mentre Italia e Spagna mostrano approcci opposti nella raccolta dati. Manca una fotografia chiara del mercato per decisioni efficaci.
Quando Jancis Robinson, probabilmente la Master of Wine più nota e autorevole al mondo, lancia un segnale d’allarme, il settore dovrebbe fermarsi ad ascoltare. In un suo recente articolo pubblicato sul Financial Times e sul suo blog personale, Robinson affronta un tema tanto concreto quanto scomodo: l’enorme accumulo di eccedenze di vino a livello globale.
L’analisi parte da un dato ormai difficilmente contestabile: il consumo mondiale di vino è in calo strutturale. Si beve meno, in quasi tutti i mercati, e non si tratta più soltanto di una flessione temporanea o legata a contingenze economiche. Fin qui, nulla di sorprendente. La vera sorpresa – ed è la stessa Robinson a definirla tale – riguarda quali vini stanno soffrendo di più.
La sorpresa che mette in crisi la narrazione dominante
Per anni, molti osservatori qualificati (compresa la stessa Robinson) hanno sostenuto una tesi che appariva logica e rassicurante: il calo dei consumi avrebbe colpito soprattutto i vini di minor qualità, quelli a basso prezzo, lasciando spazio a un consumo più consapevole, meno frequente ma migliore. In altre parole, la prosecuzione naturale del processo di premiumisation: meno bottiglie, ma più care; meno volume, più valore.
Una visione condivisa da larga parte del settore e, lo ammetto, anche da chi scrive.
Eppure, i dati e le testimonianze raccolte da Robinson in Italia e Spagna, rispettivamente primo e terzo produttore mondiale di vino, raccontano una storia molto diversa. Secondo autorevoli operatori e broker locali interpellati dalla master of wine inglese, le categorie che oggi resistono meglio – e in alcuni casi crescono – sarebbero proprio il vino sfuso e i vini a bassissimo prezzo. In Italia, addirittura, le uniche tipologie che sembrano muoversi con una certa regolarità sono quelle vendute al trade a 2 euro o meno a bottiglia. In Spagna il quadro è ancora più netto: regioni come Castilla-La Mancha, gigante mondiale del vino sfuso, mostrano segnali di crescita, mentre denominazioni storiche e prestigiose soffrono cali importanti.
Se questi dati fossero confermati nel medio periodo, la narrazione dominante degli ultimi vent’anni rischierebbe di sgretolarsi.
Italia e Spagna: due modelli opposti di trasparenza
Ma l’articolo di Robinson contiene un passaggio che, per noi italiani, dovrebbe destare una preoccupazione forse ancora maggiore. Nel confronto tra Italia e Spagna emerge infatti una differenza radicale nella disponibilità e nella qualità dei dati.
La Spagna – sottolinea Robinson – dispone di statistiche dettagliate, aggiornate ed efficientemente raccolte su volumi, prezzi, giacenze e performance delle singole regioni. Questo consente analisi puntuali e, soprattutto, decisioni politiche e industriali basate su elementi concreti.
L’Italia, al contrario, appare, secondo la Robinson, come una grande zona d’ombra. Le informazioni sulle giacenze reali, sulle difficoltà finanziarie delle aziende e sull’effettivo stato di salute delle diverse aree produttive sono frammentarie, incomplete, spesso assenti. E Robinson non usa mezzi termini nell’individuarne la causa: la ritrosia, se non la paura, di molti produttori di dire apertamente la verità sulle proprie difficoltà.
Un atteggiamento culturale prima ancora che economico, che rischia di trasformarsi in un boomerang. Senza dati affidabili non esiste diagnosi corretta; senza diagnosi, ogni intervento rischia di essere tardivo o inefficace.
Più domande che risposte
L’analisi di Jancis Robinson non porta a conclusioni definitive, né pretende di farlo. Ed è proprio questo, forse, il suo valore più grande. Di fronte a uno scenario che appare paradossale – con un calo strutturale dei consumi ma una tenuta, se non una crescita, dei vini più economici – la domanda oggi più legittima è una sola: qual è la reale fotografia del mercato del vino?
Siamo davvero di fronte alla fine del processo di premiumisation o stiamo osservando una fase transitoria, condizionata da fattori macroeconomici, geopolitici e sociali ancora in piena evoluzione? Il consumatore sta rinunciando al vino “di qualità” o sta semplicemente rimandando determinate scelte, rifugiandosi temporaneamente in prodotti più accessibili? E soprattutto: quanto sono affidabili e completi i dati su cui costruiamo le nostre analisi e le nostre narrazioni?
Il fatto che una fonte tanto autorevole quanto Robinson senta il bisogno di porsi – e di porre – questi interrogativi dovrebbe indurre l’intero settore a una riflessione meno ideologica e più concreta. Il rischio, oggi, è duplice: da un lato l’eccesso di allarmismo, che può portare a decisioni affrettate e reazioni emotive; dall’altro una fuga dalla realtà, fatta di rassicurazioni autoreferenziali e di una reticenza che finisce per ritardare interventi necessari.
Il punto di partenza, allora, non può che essere uno solo: disporre di informazioni più chiare, più dettagliate e più trasparenti, a livello regionale e nazionale. Senza una base informativa solida è impossibile comprendere se ciò che stiamo osservando sia un cambio strutturale del mercato o una fase di assestamento ancora in divenire.
Più che fornire risposte definitive, l’articolo di Jancis Robinson ci invita a fare la cosa forse più difficile per il mondo del vino: ammettere che il quadro non è ancora del tutto leggibile e che, proprio per questo, servono meno certezze precostituite e più capacità di analisi. È da qui, e non da slogan o semplificazioni, che può partire una riflessione seria sul futuro del settore.
Punti chiave
- Consumo mondiale di vino in calo strutturale con accumulo di eccedenze globali preoccupanti.
- Vini economici e sfusi resistono meglio, mentre i vini premium soffrono più del previsto.
- Spagna dispone di dati dettagliati, mentre l’Italia manca di trasparenza sulle giacenze reali.
- Processo di premiumisation in crisi: la narrazione dominante degli ultimi vent’anni rischia di sgretolarsi.
- Necessari dati più affidabili per comprendere se il cambiamento è strutturale o temporaneo.












































