A Vinitaly, il professor Attilio Scienza – premiato alla carriera – ha offerto la riflessione più lucida e coraggiosa dell’edizione: il vino italiano deve smettere di difendersi come categoria e riconoscersi come espressione di civiltà europea. Serve un manifesto condiviso, una visione culturale prima che economica, capace di parlare alle nuove generazioni e alla società intera.

Per me, tra i tanti incontri di quest’ultima edizione di Vinitaly, quello con Attilio Scienza è stato il più importante.

Lo è stato non solo per la statura del personaggio, che conosco e apprezzo da molti anni, ma perché in mezzo a giornate dense di parole spesso già sentite, di formule ripetute, di verità talvolta parziali o prudentemente occultate, il dialogo con lui ha avuto un altro peso, un’altra temperatura. È stato uno di quei momenti in cui il vino smette di essere soltanto mercato, rappresentazione, retorica di settore, e torna a essere pensiero, responsabilità, visione.

Con Attilio Scienza si ha sempre la sensazione che il discorso non si fermi mai alla superficie. Le sue parole sono piene di consapevolezza, di coraggio, di profondità culturale. Ma soprattutto contengono una cosa oggi rarissima: un’esortazione autentica. Non un semplice commento sul presente, bensì una chiamata all’azione. E non credo di esagerare affermando che oggi Scienza, giustamente premiato a Vinitaly con il riconoscimento alla carriera, rappresenti non solo la voce più autorevole del vino italiano, ma anche quella più visionaria, aperta e coraggiosa del nostro settore.

Un premio, peraltro, quasi inevitabile e insieme insufficiente rispetto al valore di un uomo che ha inciso in modo strutturale nel pensiero enologico italiano. La motivazione del riconoscimento lo descrive come “figura centrale nella storia del vino italiano, accademico di fama internazionale, genetista della vite, agronomo e narratore dell’antropologia del vino”, sottolineando il suo contributo decisivo nello studio del vino come espressione culturale, nella formazione e nella definizione di concetti chiave come terroir, identità e tradizione. È un ritratto corretto, persino elegante. Ma chi conosce il suo lavoro sa che c’è di più: Scienza non si è limitato a spiegare il vino italiano, ha contribuito a dargli coscienza di sé.

Ed è forse proprio questa coscienza il punto più urgente emerso dal nostro colloquio.

Scienza parte da una critica netta, persino severa, ma necessaria: il vino italiano continua troppo spesso a perdere occasioni decisive per organizzarsi culturalmente prima ancora che economicamente o politicamente. Il nostro settore, dice in sostanza, resta frammentato, prigioniero di una falsa indipendenza che invece di generare forza comune produce divisione, competizione sterile, individualismi. E così anche i grandi appuntamenti, perfino quelli che potrebbero diventare luoghi di sintesi e di indirizzo, rischiano di fermarsi alla dimensione estetica, rappresentativa, autocelebrativa.

Qui si inserisce una delle intuizioni più forti del suo ragionamento: Vinitaly dovrebbe avere il coraggio di diventare ogni anno non soltanto una vetrina, ma anche un laboratorio di pensiero. Dovrebbe produrre un manifesto. Un manifesto capace di dire con chiarezza che cosa è accaduto, quali sono le criticità del presente, quali priorità il settore intende darsi e quali proposte vuole avanzare. Non una somma di dichiarazioni, ma una piattaforma culturale e politica. Un punto di aggregazione reale tra categorie produttive, consumatori, istituzioni, ricerca, territori.

È un passaggio cruciale, perché sposta il baricentro del discorso: il problema del vino italiano non è soltanto la congiuntura, non è solo il mercato, non è solo il calo dei consumi o la pressione normativa. Il problema è che manca ancora, o almeno manca con sufficiente forza, una visione comune.

E senza visione, anche le risposte rischiano di essere deboli. Scienza lo dice con disarmante chiarezza: non basta che la politica distribuisca risorse o provi a tamponare le emergenze. Il punto non è mettere qualche milione qua e là sperando che il problema si risolva. Anzi, questo approccio può perfino peggiorare le cose se non è accompagnato da un pensiero forte, da una ridefinizione del ruolo del vino nella società contemporanea.

Come pure Scienza giustamente sottolinea che il sentimento della paura, che attraversa molti imprenditori e manager del vino, induce a decisioni contingenti come un finanziamento, ma impedisce una programmazione organica di reazione efficace per le imprese e per il nostro settore nel suo complesso.

La sua affermazione più importante, a mio avviso, è un’altra. Ed è di una semplicità poderosa: oggi non dobbiamo difendere l’interesse di una regione, di una denominazione, di una categoria. Dobbiamo difendere il vino.

Difendere il vino nel momento in cui è sotto attacco da più parti: dalle semplificazioni salutistiche, da narrazioni ideologiche sempre più aggressive, dalla concorrenza di altri modelli di consumo, da una parte del mondo giovanile che sembra cercare altrove i propri simboli identitari, ma anche dall’incapacità del settore stesso di riformulare in modo convincente il proprio senso nel presente.

La vera forza del ragionamento di Scienza sta nel fatto che questa difesa non viene mai pensata in termini chiusi, corporativi o sciovinisti. Al contrario. Uno dei passaggi più illuminanti del nostro colloquio riguarda proprio il paradosso storico che stiamo vivendo: persino l’antieuropeismo di Trump può rappresentare, indirettamente, un’opportunità. Non perché vi sia qualcosa da compiacersi in quella postura politica, ma perché un’Europa messa sotto pressione, contestata o sfidata dall’esterno è costretta finalmente a riconoscersi, a sentirsi, a definirsi con maggiore forza.

È qui che il vino torna centrale in modo nuovo e più profondo. Non come bandiera di parte, non come arma identitaria brandita in modo muscolare, ma come elemento fondante di una civiltà europea. Una civiltà del vivere, della misura, della relazione tra cibo, paesaggio, agricoltura, tempo, convivialità, conoscenza. In questo senso, la difesa del vino diventa credibile e autorevole proprio quando smette di essere una difesa di categoria e si trasforma in una presa di coscienza culturale: riconoscersi europei non per esclusione o per superiorità, ma per appartenenza a una storia, a una sensibilità, a un modello di vita in cui il vino occupa da secoli un posto essenziale.

Questo passaggio è decisivo. Perché sposta la questione dal piano economico a quello civile. E perché indica anche una possibile risposta al presente: oggi il vino italiano, e con esso il vino europeo, può difendersi davvero solo se sa ricollocarsi dentro una narrazione più ampia, capace di parlare non solo ai produttori ma alla società. Una narrazione che non opponga il vino al mondo contemporaneo, ma lo ripensi come una delle forme mature e storicamente più dense della civiltà mediterranea ed europea, quella che gli ha consentito di diventare uno straordinario “strumento” per la socializzazione. E mai come oggi, in particolare per le giovani generazioni, il tema della socializzazione, dello stare insieme è fondamentale e determinante per il benessere delle nostre società.

È in questa prospettiva che assume un valore decisivo anche il titolo del convegno da lui richiamato: “Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo”, organizzato dal prof. Fulvio Mattivi, nella Fondazione Olmo, in programma l’8 maggio prossimo presso la tenuta di Artimino a Carmignano (Prato). Un titolo bellissimo, perché restituisce subito il cuore della questione. La parola chiave è misura. Non l’eccesso, non la negazione, non la propaganda, ma la misura. E insieme a essa la necessità di riportare al centro le verità scientifiche, sottraendo il dibattito sul vino tanto alle banalizzazioni del marketing quanto alle demonizzazioni ideologiche.

La difesa del vino, in altre parole, non può più avvenire sul terreno ristretto dell’autodifesa di categoria. Deve diventare parte di una difesa più ampia: quella di una civiltà del vivere, di un modello mediterraneo fondato sulla relazione tra cibo, territorio, tempo, convivialità, conoscenza, paesaggio, agricoltura, memoria. Il vino, in questo disegno, è centrale. Ma non va raccontato in modo autoreferenziale: va inserito in una visione di società. E, come suggerisce Scienza, anche in una più piena e sentita coscienza europea.

Ecco allora che il colloquio con Scienza si è rivelato, per me, molto più di un’intervista. È stato l’incontro con un’idea di vino contemporaneo ancora tutta da definire, ma già nitida nei suoi confini essenziali. Un vino che non può continuare a rifugiarsi né nel culto nostalgico del passato né nelle scorciatoie identitarie del presente; un vino che non si salva inseguendo etichette generiche o mode lessicali, ma ritrovando il proprio posto dentro una cultura viva. Da qui nascono anche le domande più scomode e più fertili: che cosa significa davvero oggi “vino contemporaneo”? In che modo può parlare alle nuove generazioni senza snaturarsi? Come può emanciparsi dalle sue stesse semplificazioni, dalle contrapposizioni sterili tra naturale e convenzionale, tradizione e innovazione, autenticità e posizionamento?

Sono domande aperte, ma finalmente vere. E il merito di Attilio Scienza è proprio questo: non offrire formule di comodo, ma costringere il settore a guardarsi dentro, a delineare i propri confini, a ritrovare una lingua più onesta e più profonda.

Forse è per questo che, dopo tante parole ascoltate nei giorni della fiera, quelle di Scienza hanno avuto un’eco diversa. Perché non cercavano consenso immediato, ma verità. E la verità, quando arriva, mette in crisi. Però libera. Apre. Costringe a scegliere.

Oggi il vino italiano ha bisogno esattamente di questo: non di un maquillage narrativo, non di un’altra stagione di slogan, ma di un nuovo Rinascimento. Un tempo in cui tornare a pensarsi come sistema culturale, prima ancora che come filiera produttiva. Un tempo in cui ricomporre energie disperse sotto un’idea comune, capace di unire scienza, territorio, impresa, educazione e visione civile.

Attilio Scienza, con la forza delle sue parole e l’autorevolezza della sua storia, indica questa strada. E sarebbe auspicabile che il settore avesse finalmente il coraggio di seguirla. Perché oggi, più che mai, non si tratta soltanto di promuovere il vino italiano. Si tratta di capirne il senso profondo, di difenderne la dignità culturale e di restituirgli il posto che merita nel racconto del nostro tempo. E forse anche di riscoprire, proprio nelle tensioni del presente, una verità dimenticata: che il vino non appartiene solo a un mercato, ma a una civiltà. E che difenderlo bene significa, prima di tutto, riconoscersi fino in fondo in quella civiltà europea di cui è uno dei simboli più profondi e vitali.


Punti chiave

  1. Difendere il vino significa difendere una civiltà: non un interesse di settore, ma il modello mediterraneo ed europeo.
  2. A Vinitaly manca un manifesto: la fiera dovrebbe produrre ogni anno una piattaforma culturale e politica condivisa.
  3. La paura blocca la strategia: il settore reagisce con misure contingenti invece di costruire una visione organica di lungo periodo.
  4. Il vino è strumento di socializzazione: tema cruciale soprattutto per le nuove generazioni e il benessere delle società contemporanee.
  5. Serve un nuovo Rinascimento: il vino italiano deve tornare a pensarsi come sistema culturale prima ancora che come filiera produttiva.