Che cosa hanno insegnato, almeno a quei milioni di persone che le hanno viste, le sfide di calcio della nostra Nazionale contro l’Albania e la Spagna durante questa edizione del Campionato Europeo? Che vincere con una squadra più debole (l’Albania) non ti deve fare illudere che con gli stessi mezzi e le stesse strategie puoi battere una squadra più forte (la Spagna).

Quello che la nostra amata Italia ha fatto, probabilmente spinta dal proprio allenatore ma anche da tutti i giocatori, è stato in estrema sintesi un atto di presunzione o, nella migliore delle ipotesi, una pericolosa illusione.

Forzando un po’, ma non troppo, penso che questo errore di presunzione o illusione sia molto simile a come si sta muovendo in questi ultimi anni il nostro settore vitivinicolo.

Un settore che ritiene che dal momento che ha vinto per molti anni un campionato “facile”, cioè quello caratterizzato da una domanda di vini di qualità superiore all’offerta, con la stessa strategia e la stessa impostazione poteva essere competitivo anche in un contesto di mercato come quello attuale.

E la cosa sconvolgente è che mentre il mister Spalletti disperatamente sta cercando di adattarsi al livello dei nostri competitor attuali, molti dei quali decisamente più forti della nostra Nazionale (purtroppo), il nostro comparto vitivinicolo non dà nessun segnale di cambiamento.

Addirittura fa anche peggio: da un lato dichiara che le condizioni di mercato sono totalmente modificate rispetto al passato ma poi alla fine non modifica nulla nelle proprie strategie.

E questo è l’aspetto che a me preoccupa di più. Sono decisamente molto più preoccupato dalla staticità, dall’immobilismo del nostro sistema vino rispetto alle attuali rivoluzioni sui mercati e, in particolare, sulle dinamiche di consumo.

Mi rammarica molto osservare questa paralisi del nostro sistema perché ritengo che in realtà avremmo tutti gli ingredienti per essere vincenti anche oggi e nel prossimo futuro.

Se infatti Spalletti può contare su un piccolo manipolo di giocatori dal talento medio-basso noi potremmo avvalerci della più grande, ricca e straordinaria biodiversità vitienologica che c’è su questo pianeta, e sfido chiunque a dire il contrario.

La realtà, sotto gli occhi di tutti, è che di questo grande patrimonio utilizziamo meno del 10%, e sono ottimista. Non vorrei ricorrere a metafore ben più rilevanti del banale calcio, ma se dovessimo utilizzare la bella parabola dei talenti, il nostro settore vitivinicolo andrebbe diretto all’inferno per avere utilizzato male i propri.

Quanti talenti, infatti, continuano a sotterrare le nostre imprese del vino, le nostre denominazioni, le nostre organizzazioni professionali di settore, i media specializzati (cioè anche noi tanto per essere chiari e trasparenti), ma anche il cosiddetto trade, insomma tutta la filiera del vino, nella speranza illusoria che questi daranno frutto?

Tutto ciò che non riusciamo a mettere alla luce del sole, a valorizzare e a far conoscere non può e non potrà mai avere successo.

Ma se questa è un’ovvietà dobbiamo allora chiederci perché non riusciamo a capitalizzare al meglio un patrimonio di così grande valore?

Io penso per due macro ragioni che potrebbero apparire in contrasto tra di loro:

  1. la prima: una scarsa consapevolezza dei nostri valori;
  2. la seconda: una scarsa consapevolezza dei nostri limiti.

E qui torniamo alla nostra Nazionale di calcio che sicuramente non è tra le migliori ma siccome non è consapevole fino in fondo dei suoi valori e dei suoi limiti rischia di andare in campo con uomini e strategie sbagliate.

Siccome, come ci hanno ben spiegato le teorie darwiniane, sopravvive non il più forte ma chi sa adattarsi meglio alle condizioni mutevoli, non nutro particolare ottimismo sui nostri azzurri (spero ovviamente di essere smentito), ma purtroppo perdo fiducia giorno dopo giorno anche nei confronti della capacità del nostro comparto del vino di reagire, rispondere adeguatamente alle sfide attuali.

Ma se nel calcio basta sostituire un giocatore con un altro che ti fa un gol all’ultimo secondo e ti fa superare il turno (san Zaccagni), nel mondo reale del vino i processi di cambiamento vanno pianificati nel tempo con investimenti quotidiani e costanti.

Se osservo, però, a quest’ultimo riguardo, l’estenuante lentezza nel rinnovamento della classe dirigente del vino italiano sia all’interno delle imprese private (dove il ricambio generazionale appare più complesso delle teorie quantistiche) che delle istituzioni allora mi viene purtroppo facile pensare che il “nemico” non è fuori nel mercato, ma “dentro”.

Nel frattempo speriamo che domani l’Italia batta la Svizzera.