Dietro Cinque secondi, l’ultimo film di Paolo Virzì, vibra la storia autentica di Augusta Bargilli. Tra traumi familiari e rinascita tra i filari friulani, la sua vita ha ispirato la narrazione e i gesti della pellicola, trasformando la viticoltura in una potente metafora di guarigione e salvezza che il regista ha portato sullo schermo.
In Cinque secondi, la vigna non è soltanto uno scenario naturale: è il riflesso del personaggio di Adriano, un uomo ferito che ritrova vita solo quando qualcuno decide di prendersene cura. Una pianta trascurata che, come lui, può rinascere se accolta con attenzione. È questa la metafora centrale del film: la possibilità di tornare a vivere attraverso il gesto di prendersi cura. Una metafora che si intreccia con altre vite e altre storie, tra cui quella reale di Augusta Bargilli, la cui esperienza ha nutrito la costruzione del personaggio di Matilde.
Ci sono storie che il cinema inventa e storie che il cinema riconosce. Cinque secondi appartiene a quest’ultima categoria: non nasce da una sceneggiatura chiusa, ma dall’ascolto di verità umane profonde. Virzì lo sintetizza così: “La Natura ci assomiglia: un vigneto selvatico che, se curato, produce un vino che mette euforia“. Una frase che sembra poesia ma contiene una verità agricola che Augusta conosce intimamente.
Il vigneto abbandonato che nel film riprende vita non è invenzione: echeggia una radice concreta della sua storia. La vigna della sua infanzia oggi non esiste più, ma la cantina sì, ed è rimasta intatta. Quando le chiediamo quale ricordo avrebbe voluto salvare per sempre, Augusta non ha dubbi: “i profumi della cantina sono rimasti identici, una petite madeleine di Proust. Basta sentirli, e tutto ritorna“.
In quell’odore immutato vive la sua “anatomia di cinque secondi”: “un tempo sospeso tra caduta e resurrezione“. La caduta è quella di una famiglia spezzata dall’alcolismo del padre, un patrimonio dissolto, un’infanzia segnata da fragilità e assenze; la resurrezione è il ritorno alla terra, il gesto ostinato e salvifico di una giovane donna incinta e sola che decide di ricominciare da dove tutto era iniziato. “Tornare alla terra è stato il mio ritorno dentro di me“, racconta Augusta. Una frase che dà senso anche a parte della storia emotiva di Matilde.
Il film non è il resoconto biografico della sua vita, ma ne assorbe l’essenza. La verità dei movimenti agricoli, la follatura a mano, la diraspatura sulla rete d’acciaio, il bâtonnage lento, nasce dall’osservazione attenta di Augusta, dai suoi gesti quotidiani, dal suo modo di muoversi tra vigna e cantina. Sono stati i suoi video, le sue foto, il suo modo di vestire e lavorare a guidare la costruzione dei costumi e della gestualità del personaggio. Sul set, però, è stata Aloisa, la figlia di Augusta, cresciuta tra teatro e filari, a portare quei movimenti nella pratica cinematografica: è lei ad aver mostrato agli attori la delicatezza con cui si tocca la vite, la precisione del gesto, la postura nel lavoro. Una verità incarnata, più che insegnata.
Quando le chiediamo quale gesto quotidiano considera davvero terapeutico, qualcosa che il film non mostra, Augusta risponde: “ascoltare. Ascoltare la vite, le foglie, i grappoli. Ogni pianta ha un racconto, e lo capisci solo se la ascolti anche con le mani“.
Molte scene del film risuonano nella sua esperienza. Le chiediamo quale la rappresenti di più. “Nel film ci sono tutte le fasi della mia vita; ma la scena del mare, quella libertà nuda e felice, sono io“. Il passato di Augusta è segnato da fratture profonde, ma anche da una straordinaria capacità di trasformazione: “Il vino è diventato la chiave della mia riconciliazione: da strumento di distruzione com’era nella vita di mio padre, a strumento di armonia e di amore”.
Oggi Augusta vive tra i filari dei Colli Orientali del Friuli, dove porta avanti con il compagno un progetto agricolo tecnico, sensibile, rigoroso. “La vigna è una scuola di umiltà, di gesti sacri e ripetuti, di fiducia nel tempo“, racconta. Il fatto che Aloisa interpreti nel film una delle giovani che lavorano la terra è un dono che la vita ha regalato al cinema: un cerchio che si chiude e allo stesso tempo si apre. Una parte della sua visione emerge quando parliamo del vino che oggi produce: “vorrei che nel mio vino qualcuno trovasse la mia anima. Una bottiglia non è un oggetto: è un racconto irripetibile, come una vita“.
C’è una dimensione della sua storia che Augusta sogna di raccontare un giorno: “il rapporto con mia figlia. La nostra alleanza. E poi gli anni di studio, il teatro, il cinema. Un giorno mi piacerebbe interpretare io stessa la mia storia”.
Guardando Cinque secondi, si comprende che non è un film “sul vino”, ma un film in cui il vino diventa linguaggio di guarigione. Conserva ciò che rischia di andare perduto, trasforma ciò che fa male, restituisce ciò che pensavamo irrecuperabile. È un film che mostra che tutto ciò che si spezza può essere ascoltato, curato, rinato. E che una vigna può ancora respirare, se qualcuno decide di tornare a lei.
Punti chiave
- Ispirazione reale: Il film di Virzì attinge alla vita di Augusta Bargilli per dare anima autentica ai personaggi.
- Metafora della cura: La vigna riflette Adriano: entrambi rinascono solo se qualcuno decide di ascoltarli e accudirli.
- Verità gestuale: I movimenti degli attori replicano fedelmente le tecniche e la postura reale di Augusta in vigna.
- Ruolo di Aloisa: La figlia di Augusta ha istruito il cast sulla fisicità agricola e recita nel film.
- Potere del vino: La viticoltura diventa linguaggio di guarigione e riconciliazione, trasformando il dolore in nuova vita.












































