L’ottimista non è colui che pensa che vada sempre tutto bene (quello è lo stupido o l’ingenuo), ma è la persona che ritiene vi sia sempre una soluzione ai problemi.

Se ci pensate, quindi, la definizione dell’ottimista sopra evidenziata rappresenta perfettamente la caratteristica fondamentale che dovrebbe possedere qualsiasi imprenditore o manager.

Per questa ragione, non possiamo non essere ottimisti se vogliamo dare un supporto serio e concreto allo sviluppo delle imprese del vino e all’evoluzione del nostro settore vitivinicolo.

Purtroppo, però, dall’osservatorio di Wine Meridian, non posso affermare di vedere molti imprenditori e manager ottimisti.

Percepisco tanta preoccupazione, e questo lo comprendo bene; ma anche troppo disfattismo, talvolta addirittura disperazione, come se alle problematiche attuali non si possa trovare soluzione.

La peggiore delle preoccupazione è legata al calo dei consumi di vino che si è registrato in particolare in quest’ultimo anno.

Ma, anche nel caso dei consumi di vino, limitarsi ad una visione così parziale rischia di far perdere di vista il quadro di insieme che deve inevitabilmente comprendere un periodo molto più vasto.

Infatti, se osserviamo infatti i consumi a livello mondiale dal 2000 al 2022, ci accorgiamo che i circa 230 milioni di hl attuali sono di fatto la media di quest’ultimo ventennio, che ha visto registrare il suo picco tra il 2006/2008 (raggiungendo i 250 milioni di hl), per poi scendere a consumi più vicini agli inizi di questo nuovo millennio.

La principale causa di questo calo è da ascrivere al proseguire della migrazione dei consumi dai Paesi tradizionalmente produttori – a partire da Francia, Italia e Spagna – ai cosiddetti nuovi Paesi consumatori.

I dati:

A fronte del calo di consumo di vino dal 2000 al 2022 – in Spagna del 41%, in Francia del 36% e in Italia del 27% -, si è registrato nel, medesimo periodo, l’aumento del 127% in Repubblica Ceca, del 120% in Russia, del 66% in Svezia, del 30% in Giappone, del 27% negli USA e del 25% in Canada.

I Paesi con consumi in crescita partivano chiaramente da consumi pro-capite molto più bassi rispetto ai tre grandi Paesi produttori europei. Allo stesso tempo, però, questo deve far comprendere come vi siano ampi spazi di crescita considerando quanto, a livello mondiale, il vino continua a rappresentare una sorta di “Cenerentola” tra le bevande alcoliche.

Già questi dati dovrebbe, quanto meno, rasserenare e zittire coloro che parlano di mercati saturi.

Uno sguardo agli Stati Uniti:

Faccio molta fatica a considerare gli USA un mercato saturo. Gli Stati Uniti saranno anche complessivamente il Paese con il maggior quantitativo di vino consumato (34 milioni di hl), ma con un consumo pro-capite tutt’oggi di poco superiore ai 10 litri.

Inoltre, sempre rimanendo negli USA, è vero che il vino sta facendo fatica ad intercettare i consumatori più giovani – tra i 18 e i 24 anni -, ma, in compenso, la generazione tra i 25 e i 34 anni, di fatto i Millennials, è quella cresciuta di più dal 2010 ad oggi, passando dal 32 al 48% come quota di consumatori regolari di vino (secondo analisi autorevole di IWSR).

Ma, in generale, se si vanno ad osservare mercati storici come Germania e Regno Unito, ad esempio, i consumi pro-capite oscillano tra i 17 e i 20 litri; quindi, con notevoli margini di crescita.

Per non parlare dei Paesi asiatici dove lo stesso Giappone, che si può considerare il mercato del vino storico in Asia, ha tutt’oggi consumi pro-capite di poco superiore ai 2 litri. Senza dimenticare, ovviamente, la Cina che, di fatto, continua a non decollare nei consumi di vino e addirittura è scesa abbondantemente sotto il litro pro-capite nell’ultimo triennio.

Pertanto, la domanda corretta da porsi non è, a mio parere: Se i consumi calano, significa che i mercati sono saturi?

Ma: Come fare a rendere appetibile il consumo di vino alle diverse latitudini?

Alcune soluzioni:

Non vorrei apparire ripetitivo, ma se dovessi dare un voto alle azioni promozionali del vino italiano nel mondo anche di quest’ultimo decennio, mettendo insieme sia quelle istituzionali che quelle aziendali, non penso di essere troppo severo affermando che siamo ben al di sotto della sufficienza.

Tuttavia, questa è una bella notizia se si considera cosa potremmo fare con una promozione più efficace a partire da quella cosiddetta istituzionale che appare tutt’oggi così frammentata, disordinata e soprattutto sempre uguale a se stessa.

Se poi dai consumi ci spostiamo ai valori di mercato di questi ultimi 23 anni, allora l’ottimismo deve crescere ulteriormente. Soprattutto se consideriamo che, nel 2000, il valore del commercio internazionale del vino era di poco superiore ai 13 miliardi di euro, mentre nel 2022 è stato di quasi 38 miliardi di euro.

Una cifra che è quasi triplicata grazie a dei volumi commercializzati nel mondo che sono passati da 60 milioni di hl ai quasi 110 milioni dello scorso anno.

Se è bastato perdere qualche milione di hl e di euro quest’anno per gridare alla tragedia, significa che non solo non siamo ottimisti, ma siamo decisamente miopi.

E la miopia è molto pericolosa, perché non ti fa vedere bene tutte le sfaccettature della realtà e quindi rende manager ed imprenditori incapaci di trovare le strategie giuste per intercettare le potenzialità dei mercati attuali e del prossimo futuro.

Viene pertanto facile augurare a tutte le donne e a tutti gli uomini della filiera del vino, oltre ad un sereno Natale, un 2024 con il giusto grado di ottimismo e una vista capace di guardare lontano.