Felice Di Biase, direttore di Cantina Frentana, tra le cooperative più rappresentative dell’Abruzzo vitivinicolo, lancia un appello al settore: produrre meno ma meglio, custodendo i vigneti e ricostruendo una filiera unita; superare individualismi e sovrapproduzione, per garantire reddito ai viticoltori, educare i consumatori e preservare il futuro del vino italiano.
Cantina Frentana è una delle realtà cooperative simbolo dell’Abruzzo vitivinicolo. Fondata negli Anni ’60 a Rocca San Giovanni, lungo la Costa dei Trabocchi, sostiene oggi centinaia di viticoltori, realizzando un modello di stabilità del reddito e di valorizzazione del territorio. Le sue vigne, tra la Majella e l’Adriatico, raccontano la storia di un Abruzzo che non ha mai smesso di produrre vino, ma che oggi, come il resto d’Italia, deve interrogarsi sul senso stesso del produrre.
Felice Di Biase, direttore e produttore, parla senza filtri: “Quest’annata – racconta – è una di quelle che entrano nella memoria: non registravamo una vendemmia così abbondante da tanti anni. Una generosità che, se da un lato rassicura dopo due anni complicati, dall’altro porta a galla un nodo indiscutibile: la sovrapproduzione strutturale del vigneto Italia”.
“Possiamo essere bravissimi in vigna e in cantina, produrre qualità eccellente, ma se non riusciamo a collocare il vino sul mercato, il problema resta. L’Italia produce circa il 20% in più di quello che riesce a vendere”. La Regione Abruzzo non ha sfruttato le deroghe è si è imposta il limite legale del massimale di produzione dei 300 quintali per ettaro, una misura che ha determinato sacrifici per i produttori ma che rappresenta una scelta di responsabilità. La cooperazione abruzzese ha fatto la sua parte in questo processo, ma da sola non può risolvere il problema. “Possiamo fare da apripista, ma se siamo soli, e altre regioni continuano a produrre in deroga ai massimali, il nostro sforzo rischia di essere vano e diventiamo vittime del sistema. Serve un approccio a livello nazionale”.
Il problema non è il vigneto da ridurre: “Il vigneto italiano è un patrimonio; coltivandolo si preserva il territorio. L’estirpazione finalizzata all’abbandono dei terreni sarebbe un disastro, perché porterebbe all’incuria e alla desertificazione”. Entra in gioco un concetto di custodia, che Di Biase adatta a vero e proprio manifesto: “Un agricoltore prima di essere imprenditore è un custode. Non possediamo davvero i terreni, ci sono solo affidati: il nostro compito è custodirli, non sfruttarli. E nel fare questo occorre trovare un equilibrio tra rese produttive, reddito e mercato. Abbassare le rese per ettaro è una strada per ristabilire l’equilibrio tra domanda e offerta. Non serve estirpare i vigneti: serve produrre meno, ma meglio. E’ una visione che parte dal basso, dal viticoltore, ma chiede il coinvolgimento di tutta la filiera”.
Senza giri di parole Di Biase incalza: “In Italia chi produce, chi trasforma, chi distribuisce e chi promuove vino, spesso non si parlano. Se ognuno pensa solo a sé non vinceremo mai questa guerra. Non ci si può salvare da soli; occorre ricostruire insieme la filiera, sedersi allo stesso tavolo, condividere obiettivi”.
Una sfida che, per Di Biase, riguarda anche la ristorazione, chiamata a svolgere un delicato ruolo educativo: “Oggi il 70-80% del vino si vende nella GDO. L’horeca rappresenta appena forse il 20%, ma è lì che si educa il consumatore. Se però i ricarichi crescono in maniera sregolata, come fa un giovane a ordinare una bottiglia e imparare a conoscere un poco alla volta il vino? Basta dire che i giovani vogliono solo spritz o vini dealcolati. È compito nostro far capire loro cosa c’è dentro il bicchiere: cultura, storia, lavoro, custodia del territorio. Se lo capiscono lo bevono con consapevolezza”.
Felice coglie l’occasione per rendere omaggio alle parole del presidente della cantina, Carlo Romanelli che dall’alto della sua lunga esperienza di vita e del suo lungo impegno nella cooperazione, esorta, prima di fare qualcosa di nuovo, a “sforzarsi di fare meglio ciò che già si sa fare bene”. Una frase che suona come un insegnamento e come un monito: innovare sì, ma senza perdere coerenza e radici.
Cantina Frentana fa parte di The Wine Net, la rete che unisce alcune tra le più rappresentative cooperative italiane. Una formula, quella della rete, che affonda le sue radici proprio nei valori espressi da Felice: la strada è quella di condividere esperienze, fare sistema, trovare soluzioni comuni. Solo così la filiera potrà affrontare le sfide della sovrapproduzione, garantire reddito agli agricoltori e custodire i territori.
“Il futuro del vino abruzzese e di quello italiano reclama meno individualismo e più collaborazione”.
Punti chiave:
- Produrre meno ma meglio: riduzione rese invece di estirpare; qualità, reddito e tutela del territorio.
- Problema strutturale: l’Italia produce ~20% oltre il venduto; servono misure nazionali.
- Abruzzo responsabile: rispetto del massimale 300 q/ha; da solo non basta senza allineamento delle altre regioni.
- Filiera unita: produttori, cantine, distribuzione e Horeca devono coordinarsi su obiettivi e prezzi.
- Horeca educatore: carte trasparenti e ricarichi sostenibili per formare consumatori consapevoli.












































