Italian Taste Summit: strategia, relazioni e un approccio su misura. Joanna Miro, CEO dell’evento, racconta il valore delle connessioni autentiche nel business del vino. Dall’internazionalizzazione delle cantine all’evoluzione del mercato, fino alla sua iper-percezione come strumento di strategia, questa intervista svela il dietro le quinte di un evento peculiare nel panorama vinicolo.
Joanna Miro, CEO e mente creativa dell’Italian Taste Summit, racconta in questa intervista il valore dell’approccio sartoriale dell’evento: un format che non si limita a mettere in contatto domanda e offerta, ma che crea connessioni autentiche, valorizzando territori, storie e identità. Tra inflazione, nuove tendenze di consumo e il boom dell’enoturismo, l’Italian Taste Summit rappresenta un riferimento per chi vuole internazionalizzarsi in modo mirato.
Quali sono le peculiarità e qual è il ruolo di Italian Taste Summit nell’ambito dell’internazionalizzazione del vino italiano?
Il ruolo di Italian Taste Summit è strettamente legato alla sua natura sartoriale: offre consulenze mirate alle cantine, in particolare a quelle di dimensioni medio-piccole, fornendo loro le basi strategiche e operative per affrontare i mercati internazionali con maggiore efficacia. Per le cantine medio-grandi o strutturate, invece, rappresenta un’opportunità concreta per incontrare direttamente gli importatori che spesso rincorrono da tempo. I buyer, d’altra parte, hanno l’occasione di approfondire la conoscenza di territori, aziende e vini meno noti, trasformando l’incontro in una vera e propria esperienza educativa. L’essere umano è guidato dalle emozioni, e il Summit punta proprio su questo aspetto per costruire relazioni di valore.
Come valuta l’edizione 2025? Quali sono stati i punti di forza e i margini di miglioramento?
Già dalla scorsa edizione avevo intuito la necessità di un cambiamento nel format, per rispondere a una certa stanchezza percepita sia tra chi vende sia tra chi compra. Ritornando all’essenza originaria dell’evento, credo di essere riuscita in parte a ripristinare entusiasmo, collaborazione e un clima di affari reciprocamente vantaggiosi. Il mercato odierno è complesso e tutti ne siamo consapevoli. Nei prossimi mesi mi dedicherò ad ascoltare e comprendere i “sentori” di tutti gli attori coinvolti, per adattare ulteriormente il format alle esigenze pragmatiche di ciascuno.
Quali sono state le evoluzioni principali nell’ambito import/export di vino italiano che ha vissuto dalla prima edizione dell’evento nel 2019 ad oggi?
“Il cambiamento più significativo è senza dubbio l’inflazione globale, che ha ridotto il potere d’acquisto in molte nazioni. A questo si aggiunge un clima generale di incertezza legato ai conflitti bellici in corso, che ha reso il consumatore medio più cauto nelle spese. Poi ci sono le tendenze di mercato, che voi di Wine Meridian avete analizzato con precisione: dai vini a bassa gradazione alcolica alla crescente popolarità della birra in Asia, fino al boom della mixology. Ciononostante, sin dalla prima edizione ho sempre posto l’accento sull’identità del vino italiano, strettamente connessa alla storia, al patrimonio e alla cultura del nostro Paese. Questa è la nostra carta vincente, unica al mondo. Oggi, poi, il settore turistico e l’enoturismo stanno crescendo rapidamente, ed è fondamentale saper cogliere queste opportunità.”
Come vengono selezionate le aziende vitivinicole e i buyer che partecipano all’Italian Taste Summit?
La maggior parte delle aziende partecipanti le conosco personalmente: in 15 anni ho degustato decine di migliaia di vini e ho una memoria che mi aiuta molto in questo processo. Cerco sempre qualità ed espressione autentica del terroir, nel senso più ampio del termine. Inoltre, posso contare su una rete di professionisti del settore che consigliano e coinvolgono sia cantine sia importatori. Parlando di questi ultimi, collaboriamo da anni con una rete internazionale consolidata. L’Italian Taste Summit nasce proprio dal desiderio di condividere questo patrimonio di contatti con le cantine: nel business, condividere significa moltiplicare. Credo fermamente che l’economia funzioni meglio quando si lavora con uno spirito di apertura e collaborazione.
Quali sono gli obiettivi e le prospettive future per l’Italian Taste Summit?
L’obiettivo rimane quello di adattarsi costantemente alle evoluzioni del mercato, per continuare a essere un punto di riferimento utile sia per le cantine che per gli importatori. Nulla di rivoluzionario, ma è essenziale restare flessibili e attenti alle dinamiche globali, che oggi sono più complesse che mai. Forse dovremmo rendere il format più leggero e coinvolgente, senza però mai perdere di vista la professionalità. Questa è una percezione su cui sto riflettendo molto e che potrebbe guidare il futuro dell’evento.
Recentemente lei ha scoperto di avere la sindrome di Asperger. Ce ne può parlare?
Sì, e molte persone a me vicine hanno esclamato: “Ora torna tutto”. La mia iperattività, la mia capacità di parlare all’infinito su temi diversissimi, il mio evitare eventi mondani per poi dedicarmi a letture e approfondimenti senza sosta… tutto ha trovato una spiegazione. L’Asperger non è una malattia, ma una diversa configurazione neurologica che si sviluppa già nei primi mesi di gestazione. Si tratta di una forma di autismo ad alto funzionamento, che spesso porta a capacità cognitive superiori alla media. In pratica, sono una “nerd” con difficoltà a socializzare in gruppo e con una mente sempre attiva, che elabora costantemente informazioni da molteplici campi. Da un anno sto imparando a gestire questa condizione, a proteggermi dai troppi stimoli e a ridurre la stanchezza cronica che mi ha sempre accompagnata. Forse imparerò anche a socializzare meglio, a essere meno “robotica” e diretta… vedremo! Mi fa piacere sottolineare che anche le persone neurodivergenti sono tutte diverse tra loro: nel mio caso, per fortuna, ho un carattere solare e gioioso, e questo mi aiuta molto.
In particolare la sua iper-percezione come può aiutare le aziende del vino?
L’iper-percezione mi permette di cogliere ogni minimo dettaglio, mentre il pensiero laterale e la connessione costante tra i diversi lobi cerebrali mi aiutano a individuare soluzioni innovative e pragmatiche. Creatività e razionalità si intrecciano continuamente nel mio modo di lavorare. Non a caso, la mia carriera nel marketing management è stata naturale: le strategie avanzate sono il mio pane quotidiano. Tuttavia, è evidente che non posso collaborare con cantine ancorate al passato. Il futuro è già qui e solo chi ha il coraggio di guardare avanti può mantenere un vantaggio competitivo. La lungimiranza è la chiave del successo per ogni azienda.
Punti Chiave:
- Un evento sartoriale per l’internazionalizzazione – L’Italian Taste Summit non è un semplice incontro tra domanda e offerta, ma un format studiato per costruire relazioni autentiche, facilitando il contatto tra cantine e buyer in modo strategico.
- Adattarsi alle nuove dinamiche di mercato – L’inflazione, la prudenza nei consumi e il boom dell’enoturismo impongono un cambio di approccio: l’evento si evolve per mantenere alta l’attenzione e generare valore per tutti i partecipanti.
- Selezione rigorosa di aziende e buyer – Le cantine vengono selezionate per qualità ed espressione del terroir, mentre gli importatori provengono da una rete internazionale consolidata, garantendo incontri mirati e produttivi.
- Il futuro dell’evento: più flessibilità e coinvolgimento – Il Summit deve rimanere professionale, ma con un format più leggero e dinamico, capace di rispondere alle esigenze in continua evoluzione di produttori e buyer.
- L’iper-percezione come strumento di strategia – La neurodivergenza di Joanna Miro le permette di cogliere dettagli invisibili ai più, favorendo un approccio innovativo e lungimirante nel marketing del vino.












































