Donne, vino e leadership: sono tre parole che non sono sempre andate d’accordo, e forse, nonostante siano stati fatti molti passi in avanti rispetto al passato, necessitano ancora di altro tempo per trovare la giusta armonia. 

Ci sono però casi virtuosi di donne del vino, esempi di leadership al femminile che funziona. Ce le racconta nel suo ultimo libro la giornalista ed esperta di comunicazione Barbara Sgarzi. “Vino, Donne e Leadership” è un interessante viaggio che esplora il mondo della leadership al femminile di chi fa, racconta, mostra e divulga il vino. Il risultato è una raccolta di più di 30 interviste inedite a protagoniste del mondo del vino in Italia e all’estero, che raccontano la loro via al successo e alla crescita.

Barbara, come è nata l’idea del libro?

Nel 2020 per un articolo su “How to spend it” ho intervistato 5 donne enologhe e produttrici di Champagne. In un mondo tradizionalmente molto maschile, ho scoperto che proprio lì le donne sono state le prime a farsi strada, come Madame Nicole Barbe Ponsardin, la Veuve Cliquot, che a soli 27 anni portò avanti la Maison fondata dal marito scomparso, o Madame Pommery. Così ho pensato che questa fosse un’accattivante storia da esplorare. E ho scoperto che oggi le storie di leadership al femminile nel mondo del vino sono tante. 

E perché hai aggiunto anche l’ingrediente della leadership?

Durante la pandemia ho frequentato un master sulla Leadership che mi ha aperto gli occhi su cosa significhi essere un buon leader. La combinazione con donne e vino si è creata da sola nella mia testa e così ho iniziato a scrivere. Il libro, composto da 32 interviste a donne, di cui 10 straniere, non vuole essere un manuale di leadership, ma un racconto rivolto sia alle donne che agli uomini di qualunque settore. Credo nel valore ispirazionale ed educativo delle storie. 

Hai scelto una suddivisione in capitoli molto accattivante…

Il libro è suddiviso in nove capitoli, ciascuno identificato da una parola chiave presa dal mondo del vino. Ad esempio nel capitolo “Assemblaggio: la contaminazione” le protagoniste hanno tutte in comune l’arrivo da esperienze diverse dal mondo del vino o hanno creato team di persone con competenze trasversali e diverse. 

Un altro argomento, uno dei valori ombrello che cito nell’introduzione, è avere una “Vision e Purpose”: un esempio è Elisabetta Foradori che mi ha raccontato quando e come ha scelto il biodinamico che è diventato la sua purpose, la ragione profonda per cui qualcosa viene fatto, il faro che indirizza la sua attività di tutti i giorni. 

Un altro tema interessante è la fermentazione, intesa come circolazione costante di nuove idee. In questo capitolo racconto storie di donne che offrono costante formazione ai dipendenti, come Marina Cvetic Masciarelli, che fa una sorta di gara delle idee con i suoi collaboratori, o Raffaella Bologna che organizza ogni anno la scuola di potatura ed indipendentemente che una persona lavori in cantina, campagna o in ufficio può partecipare. 

Nel libro emergono anche molte curiosità…

Ho scoperto donne stupende e anche molte curiosità che le riguardano.  Elaine Chuck Brown, autrice di Janic Robinson, prima di diventare giornalista di vino, ha iniziato con la pesca al salmone. Camilla Lunelli ha lavorato anni in Africa in una ONG. Storie di donne che hanno ereditato un’azienda familiare, condotta prima da uomini e che hanno dovuto farsi valere come leader autorevole magari gestendo 30 uomini nerboruti in vigna. 

Dal tuo punto di vista, è ancora molto forte il pregiudizio di genere nel mondo del vino o qualcosa sta cambiando?

Abbiamo ancora pochi dati sulla gender equality, ma gli ultimi dati 2017 delle Donne del Vino, associazione di cui faccio parte, ci dicono che le donne in questo mondo fanno pochi figli e li fanno tardi. Ho raccolto la testimonianza di Donatella Cinelli Colombini, presidente delle Donne del Vino, enologa, oggi orgogliosamente alla guida di un’azienda all’avanguardia e femminile, ma che ha dovuto combattere contro i pregiudizi all’inizio della sua carriera. Quando ha iniziato a lavorare in questo mondo ha dovuto combattere contro il volere della famiglia di viticoltori che non riteneva socialmente congruo che una donna studiasse enologia. 

Nel libro ho raccolto anche le testimonianze di donne che hanno subìto molestie o episodi di sessismo. Laura Donadoni, giornalista italiana residente negli USA, mi ha raccontato che lì esiste un corso obbligatorio anti-molestia, proposto dalle aziende sia ai collaboratori uomini che alle donne. 

Che immagine di leader emerge?

Le leader che racconto in questo libro sono donne che non stanno mai ferme, sia fisicamente che mentalmente. Sono sempre pronte ad assorbire stimoli e fanno di necessità virtù, sono umili e disponibili ad imparare. Hanno inoltre una grandissima energia che impiegano nel lavoro e nella vita privata, come José Rallo che nei ritagli di tempo dal lavoro trova il tempo per cantare in un coro. 

Cosa hai imparato da questo libro?

Prima di tutto ho imparato che non è mai tardi nella vita. Ci si può reinventare a qualunque età. Io insegno anche all’università e vedo tanti ragazzi terrorizzati all’idea di fallire o cambiare lavoro. Ma il fallimento è una tappa della vita e si può sempre andare in meglio. 

Il bello del mondo del vino è che ha a che fare con una cosa viva. Il vino non è mai uguale ogni anno, tanti fattori possono incidere: cambia in base alle stagioni, all’andamento della natura, alla mano dell’uomo. Questo insegna la flessibilità e la leadership adattiva, doti fondamentali per chi lavora nel mondo del vino, e non solo.