Abbiamo visto di tutto a questo Vinitaly 2023: tutti i rappresentati del nostro Governo che pensiamo si siano trasferiti alla Fiera di Verona in questi quattro giorni, un buon numero di buyer provenienti da ogni angolo del pianeta, allegre compagnie di appassionati di vino che rappresenteranno sempre, piaccia o no, una peculiarità della nota manifestazione enologica veronese.

Insomma, c’erano proprio tutti, ad eccezione della crisi. E questa potrebbe apparire una bella notizia. Io non vorrei apparire come quel musone che si mette in un angolo durante le feste criticando tutto e tutti, ma penso sia lecito e serio domandarsi se tutta questa euforia sia frutto anche di quel clima festoso che si vive da sempre a Vinitaly.

L’ho scritto altre volte: ritengo che Vinitaly (e questo non può essere considerato del tutto un male) rappresenti una sorta di “Festival di Sanremo” del vino italiano. Lo si può anche criticare, ma alla fine è un rito che va celebrato e dove c’è poco spazio per riflessioni “troppo” serie.

Ma il nostro lavoro ci obbliga a guardare un po’ più in profondità e per questo ci chiediamo che fine abbiano fatto le forti preoccupazioni sui rincari delle materie prime, le drammatiche difficoltà di reperimento di materie come, ad esempio, il vetro, la necessità di ritrattare i listini con i propri clienti, di confrontarsi con un’inflazione galoppante, di vivere da oltre un anno con una guerra praticamente in casa. Senza dimenticare la capacità di spesa sempre più ridotta di gran parte dei consumatori a livello mondiale, a partire dagli italiani che hanno salari e stipendi bloccati da oltre vent’anni.

Se a questo aggiungiamo le difficoltà per il vino di intercettare le generazioni più giovani, ce ne potrebbero essere di motivi di riflessione. Riflessioni che erano emerse molto nitide in quel di Düsseldorf un paio di settimane fa, ma che sono miracolosamente scomparse a Verona.

Non mi piace fare il musone, anche perché poi si risulta i più antipatici della festa, ma si può conciliare un sano ottimismo anche con un concreto realismo?

La festa di Vinitaly oggi si conclude e siamo praticamente tutti consapevoli del grande sforzo di VeronaFiere di migliorare parecchie cose (a partire dal coinvolgere un numero maggiore di buyer, e questa è indubbiamente la notizia migliore).

Sono un po’ più scettico (ma sempre perché sono un inguaribile musone) sul fatto che tutto questo endorsement della politica sia un bene per Vinitaly. Penso che, per un visitatore straniero, sia inconcepibile osservare come ad una fiera del business ci possa essere una presenza politica così massiccia e, permettetemi di dire, anche un po’ invadente.

Certo, la speranza è che tutti questi “supporti politici” siano poi utili in ambito comunitario, a Bruxelles, dove si giocano in gran parte (se non del tutto) i destini delle politiche del settore vitivinicolo.
È vero, quindi, che Vinitaly rappresenta e rappresenterà sempre una vetrina per il vino italiano. E in vetrina dobbiamo fare vedere le cose più belle, ma poi nel retrobottega (dove si preparano i vestiti) è meglio dirsi sempre la verità.