Eleonora Spadotto, ex professionista della finanza londinese, guida Lea Winery in Friuli Venezia Giulia con una missione precisa: produrre vino dealcolato italiano di qualità, controllando l’intera filiera dalla vigna alla bottiglia. Un progetto che unisce ricerca varietale, tecnologia e visione imprenditoriale, in un mercato dove l’Italia era finora quasi assente rispetto ai principali competitor europei.

Ci sono incontri che pensi di archiviare in fretta e che invece ti restano addosso. Quello con Eleonora Spadotto, alla guida di Lea Winery, è stato una di queste belle sorprese, per più di una ragione.

La prima è lei. Eleonora non arriva al vino da generazioni di vignaioli, come accade quasi sempre in questo mondo: ci arriva da una scelta di vita nuova, dopo gli anni della finanza a Londra, da un comparto lontanissimo dalla terra. È forse la cosa più innovativa e interessante che si possa incontrare oggi nel settore: la prova che una nuova generazione di imprenditori e manager – giovani, formati altrove, abituati a guardare le cose con occhi diversi – può portare al vino una ricchezza che chi è cresciuto soltanto dentro la tradizione fatica perfino a immaginare. Non avere il background classico del produttore, in questo caso, non è un limite: è una libertà.

La seconda sorpresa è il merito. Mi sono trovato davanti, con ogni probabilità, l’azienda italiana che più di altre sta investendo nel vino dealcolato di qualità, non come operazione industriale, ma come progetto vitivinicolo integrato, che parte dalla vigna e controlla tutta la filiera. E le prime degustazioni danno ragione, senza riserve, alle scelte di Lea Winery.

Ne è nata la conversazione che ho il piacere di restituire qui per intero.

Partiamo dalla genesi dell’azienda: da dove nasce Lea Winery e che cosa vi ha portato a questa scelta?

Tutto comincia da un investimento di mio padre, che decide di acquistare una bella tenuta a San Vito al Tagliamento. C’era questo borgo del Settecento, bellissimo ma praticamente distrutto: una villa, una chiesa, tutti gli edifici in cui vivevano i mezzadri, le stalle. Era davvero deturpato e intorno c’erano pochi vigneti. Mio padre ha abbandonato completamente l’attività precedente e si è dedicato a questo progetto: ha iniziato a piantare vigneti per arrivare a una soglia critica di estensione, e in parallelo è partita la ristrutturazione di tutta la parte edile.

Mio fratello Alessandro lo ha seguito subito, perché si è appassionato e ha dato una mano in vigna. Ci siamo presto resi conto che vendere l’uva era fallimentare – non abbiamo una DOC forte – e così abbiamo costruito la cantina per arrivare alla trasformazione. Il nome stesso dell’azienda porta le iniziali della nostra famiglia: è una scelta di vita e di terra, non un’operazione industriale.

E tu quando rientri?

Nel 2019, prima del Covid. Ero a Londra, lavoravo nella finanza, ma avevo capito che non era la mia vocazione: avevo iniziato ad annoiarmi a girare numeri tutto il giorno dietro a un computer. L’attività di famiglia stava prendendo forma, c’era lavoro da fare, e il mondo del vino mi affascinava. Quando sono rientrata abbiamo deciso di aggiungere alla nostra azienda la parte dell’imbottigliamento e di creare una nostra linea. Siamo partiti dai vini che da sempre si facevano in questo borgo, all’inizio per consumo interno: macerati, un prosecco rifermentato, un po’ la tradizione del Friuli Venezia Giulia. Poi ho iniziato a viaggiare con mio padre per promuoverli e a frequentare le fiere di settore.

Ed è lì che incontrate il mondo dei dealcolati.

Esatto. Alle fiere ci siamo accorti che il trend dei dealcolati stava prendendo piede, ma con due problemi evidenti: la qualità media era molto bassa e non c’era un’offerta italiana interessante. Ci siamo chiesti come fosse possibile che uno dei più grandi produttori di vino al mondo non avesse un’offerta di dealcolati, mentre i nostri cugini francesi, spagnoli e tedeschi avevano già progetti dedicati. L’abbiamo vista come un’opportunità, ma anche come una sfida: creare un dealcolato italiano fatto bene, buono, che rispettasse le caratteristiche originarie del vino e che integrasse tutta la filiera.

Cosa intendi per “integrare tutta la filiera”?

Per noi è il punto fondamentale. Vogliamo che le uve e i vini siano di nostra produzione, vinificati nella nostra cantina, e soprattutto che la parte produttiva e il know-how restino interni. Non vogliamo farci fare il lavoro da terzi. Abbiamo creduto molto nel progetto anche perché non eravamo legati a una lunga tradizione di vino, quindi senza certi vincoli, e grazie all’esperienza industriale di mio padre eravamo veloci nell’inserire tecnologie e prodotti nuovi. Abbiamo dedicato il 2022 alla ricerca – capire le tecniche, le tecnologie, perfino le diverse macchine di brand diversi – e nel 2023 abbiamo lanciato i primi due spumanti base Glera, con un risultato che ci sembrava soddisfacente. Da lì abbiamo avuto ottimi riscontri e ampliato la gamma: oggi abbiamo quattro spumanti, tre fermi, un mosto non fermentato e due low alcohol.

E l’altro elemento distintivo è la vigna.

Sì. Usiamo solo uve di nostra produzione e partiamo dalla pianta per ottenere l’uva ideale, perché i presupposti per un dealcolato sono diversi da quelli per un vino alcolico; cambiano il momento di raccolta e tanti parametri. Stiamo lavorando già dalle potature, in filari dedicati, secondo lo studio dell’agronomo, per arrivare alle caratteristiche organolettiche e alla composizione chimica del frutto più idonee. Facciamo ricerca e sviluppo interni in continuazione, con tanti test, per capire come reagiscono determinate partite o varietà.

A proposito di varietà: quali funzionano meglio per la dealcolazione?

Le aromatiche e semi-aromatiche funzionano bene, perché hanno una componente aromatica decisa che resta anche togliendo l’alcol. Ma non è una regola fissa: il Traminer, per esempio, dealcolato non ci ha soddisfatto per niente. Il problema è che gli aromi diluiti in acqua diventano molecole molto più potenti rispetto a quando sono diluite in alcol, e a volte emergono molecole che con l’alcol non percepiamo e che senza diventano sgradevoli. Il Sauvignon invece è molto interessante. La Glera, prodotta come si deve, a basse rese e con un po’ di macerazione, viene trattata molto bene e dà un effetto prosecco piacevole e rinfrescante. Lo Chardonnay dà buoni risultati, e le varietà più burrose mantengono corpo, soprattutto nei fermi.

E i rossi?

I rossi sono molto ostici: togliendo l’alcol vengono fuori acidità e tannino, e si squilibrano. Dopo vari test, la varietà più resistente ha funzionato meglio del nostro Merlot e ci ha dato un risultato di tutto rispetto. Il nostro rosso è molto apprezzato: vendiamo tanto rosso quanto bianco fermo, e sono numeri completamente fuori dalle medie di mercato, perché normalmente di rosso se ne vende pochissimo

Sul fronte mercato, dove siete più presenti?

L’export pesa oltre l’80% delle nostre vendite. Il primo mercato oggi è l’Europa, in particolare Nord ed Est; cresce in modo interessante il Nord America, e c’è anche l’Asia in crescita. In Italia si fa più fatica, c’è più diffidenza, anche se in alcune aree più turistiche iniziamo a vedere buoni riscontri.

E i consumatori? Chi cerca e acquista i dealcolati?

Me ne faccio un’idea soprattutto agli eventi B2C dei miei clienti all’estero, dove mi confronto direttamente con il consumatore finale. Trovo donne in gravidanza, persone anziane o in terapia farmacologica che non possono bere alcol, molte più di quante si pensi, e che vogliono comunque sentirsi parte della festa. C’è chi guida e vuole restare sobrio, magari alternando. Ci sono giovani non ancora in età, soprattutto in Paesi più rigidi del nostro. E ci sono gruppi, con una forte componente femminile, attenti anche alle calorie: con le ultime riduzioni siamo arrivati a 15–16 kcal per 100 ml, molto meno di un calice di vino alcolico.

Avete provato anche la strada dei low alcohol.

Sì, un esperimento con un bianco e un rosso a sei gradi. Ai buyer è piaciuto molto, perché essendo bevitori di vino apprezzano più corpo e più “spalla”. Però il consumatore finale è tiepido: o vuole lo zero, oppure preferisce un vino classico, magari poco alcolico, ma con una denominazione che conosce. Un vino parzialmente dealcolato lo insospettisce un po’.

Come pensi che andrebbe comunicato il dealcolato?

È la domanda più difficile, perché c’è un trade-off. Da una parte avvicinarlo al vino mi rassicura, perché di fatto seguiamo tutte le leggi rigidissime del mondo del vino italiano: non possiamo usare aromi, non possiamo aggiungere un sacco di ingredienti che invece chi fa bevande usa. Il nostro resta un prodotto molto puro e pulito. Dall’altra parte, se lo avvicini troppo al vino infastidisci i “vinocentrici”; se lo allontani troppo sembra una bevanda industriale.

Quello che manca davvero nella comunicazione è far capire che è un prodotto sano e pulito. Il consumatore si chiede “come hai fatto a togliere l’alcol?” e pensa a qualcosa di chimico, che fa male. In realtà è molto più sano un dealcolato che tante alternative piene di coloranti, conservanti e zuccheri. C’è anche un dato scientifico interessante che ho sentito a una conferenza: in assenza di alcol, i polifenoli e altre sostanze benefiche vengono assorbite in modo più intenso dall’organismo. Quindi certi effetti positivi del vino si recepiscono perfino meglio nel dealcolato. È un messaggio che oggi nel segmento non passa.

Quanto conta il packaging?

Moltissimo, in questa categoria più che altrove. Il packaging deve trasmettere serietà, pulizia e autorevolezza, e rendere il prodotto riconoscibile. Packaging troppo strani o alternativi non rassicurano sul contenuto, soprattutto qui dove non abbiamo una DOC o un’area geografica a fare da garanzia. Un’immagine seria protegge il consumatore dai dubbi.

State investendo anche sui vini “tradizionali”?

Sì, e tanto. Da novembre è entrato un nuovo consulente enologico, Giotto Consulting, e stiamo rivedendo tutta l’architettura dei vini alcolici, perché non vogliamo trascurare quella parte. Abbiamo già un paio di referenze di Orange che funzionano molto bene all’estero, con i nostri importatori. Vogliamo creare vini iconici che rappresentino l’azienda e dimostrino che sappiamo fare anche grande vino alcolico: abbiamo bei progetti, con le prime referenze il prossimo anno. Abbiamo perfino piantato viti francesi, tra cui un Pinot Nero di selezione di pregio, con aspettative alte.

Non è una contraddizione, fare insieme vino e dealcolato?

No, anzi: è la stessa filosofia applicata a due prodotti. Mi piacerebbe che Lea Winery fosse riconosciuta come produttore di eccellenza sia nel mondo dell’alcolico sia in quello dell’analcolico, e che i dealcolati diventassero un punto di riferimento per la qualità italiana. Il vino tradizionale è la radice che dà credibilità al dealcolato; il dealcolato è il modo in cui portiamo quella qualità dove l’Italia era assente.

Sul fronte normativo, cosa auspichi?

Più chiarezza e stare al passo con l’Europa. L’Italia è arrivata in ritardo: la legge c’era, ma gli organi di controllo faticavano a dire cosa servisse fare in cantina. Rispetto ad altri Paesi, la Germania dealcola da decenni, questo ci ha penalizzati e ha lasciato il mercato ai grandi brand stranieri. Eppure è un’enorme occasione: anche per valorizzare le cantine piene di vino non imbottigliato e compensare il calo dei consumi.

Come ti immagini l’azienda tra cinque anni?

Riconosciuta per l’eccellenza in entrambi i mondi, e con i dealcolati come riferimento per la qualità italiana. Nel frattempo penso al recupero della villa del Settecento e di un altro edificio per farne un luogo importante anche per l’attività enoturistica. Oggi facciamo visite e degustazioni per clienti, stampa e contatti, ma in futuro vorremmo poter accogliere davvero gli ospiti. Lavoro per i prossimi anni non ne manca; mio padre, quando ho lasciato la finanza, mi aveva avvertito che in agricoltura mi sarei annoiata. Non è andata proprio così.


Punti chiave

  1. Filiera completamente interna: Lea Winery controlla vigna, cantina e processo di dealcolazione senza affidarsi a terzi.
  2. Varietà selezionate per il dealcolato: Glera, Sauvignon e Chardonnay offrono i migliori risultati; i rossi restano la sfida più complessa.
  3. Export oltre l’80%: Nord Europa, Est Europa e Nord America sono i mercati principali; l’Italia mostra ancora resistenza culturale.
  4. Calorie ridotte a 15–16 kcal per 100 ml: Un vantaggio competitivo concreto per consumatori attenti a salute e stile di vita.
  5. Vino tradizionale e dealcolato come strategia unica: La qualità alcolica dà credibilità al dealcolato; i due mondi si rafforzano a vicenda.