Oliver Styles su Wine Searcher è andato giù alquanto pesante instillando il dubbio che potrebbero essere le grandi industrie del vino a non volere gli espianti previsti (ma ancora poco realizzati) in molte zone vitivinicole del mondo.

Una sovrapproduzione pertanto voluta, secondo Styles, alimentata da una strategia di mercato che tiene i prezzi dell’uva artificialmente bassi.

Il caso di Bordeaux viene citato come esemplare, dove un proposto schema di sradicamento delle viti è stato bloccato dagli interessi commerciali, una mossa che ha gettato ombre pesanti sull’etica di certe pratiche commerciali. 

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Sempre in Francia, un altro esempio eclatante secondo il giornalista di Wine Searcher, è rappresentato dal Cognac dove verso la fine dell’anno scorso, sono arrivate al Bureau National Interprofessionnel du Cognac (BNIC) gravi accuse per aver incoraggiato la piantagione eccessiva di 15.000 ettari di vigneti nella regione con un conseguente grave fenomeno di sovrapproduzione. All’interno del BNIC, secondo accusatori che sono rimasti anonimi, lavorerebbero molti rappresentanti delle grandi case del Cognac.

Ma il fenomeno – scrive Styles – non è circoscritto alla Francia; attraversa confini internazionali, dall’Australia alla California, dipingendo un quadro globale di una crisi alimentata non tanto da un calo della domanda – come potrebbe sembrare a una prima, superficiale analisi – quanto da una saturazione del mercato volutamente perseguita.

Styles punta quindi il dito contro i grandi négociants e le major del vino, accusandoli di favorire una sovrapproduzione che li avvantaggia, creando un mercato in cui il potere di acquisto è tutto nelle loro mani. 

Non mancano esempi di come questa dinamica abbia effetti devastanti non solo sull’economia del settore ma anche sull’ambiente e sul tessuto sociale delle comunità rurali.

Accuse pesanti anche quelle di Paul Clancy  (presidente del Winegrape Growers Council del Sud Australia) che recentemente ha dichiarato al noto media australiano ABC News: “Le grandi cantine che dominano l’industria sono le vincitrici della sovrapproduzione perché ciò abbassa i prezzi dell’uva”.

Sempre Clancy era stato ancor più esplicito in un recente articolo sulla rivista australiana Wine Business Magazine: “Ricordo che, quando la frenesia di piantare vigne ha raggiunto il picco, un leader senior dell’industria disse: ‘Non preoccupatevi, quando gli investitori falliranno, le vigne rimarranno a terra a beneficio dell’industria

Sempre su questo fronte l’appello fatto da Jeff Bitter, responsabile dell’organizzazione americana Allied Grape Growers, che ha esortato nelle settimane scorse l’industria californiana a sradicare 30.000 acri (12.000 ettari) di vigne. Ha fatto appelli simili negli ultimi quattro anni ma ha dichiarato: ”nessuno mi ascolta”.

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Questo non significa che i négociants o i grandi produttori siano “cattivi” – ha concluso Styles – semplicemente fanno ciò che per loro ha senso e, naturalmente, risponderanno che la ricerca (per quanto nociva) di alcolici economici è semplicemente una funzione dell’economia: le persone hanno meno soldi, quindi i prezzi del vino devono scendere. 

In realtà, fa bene a ricordarlo Styles, il mondo del vino – proprio come l’economia – è su una corsa a due velocità: una verso le stelle e una verso il basso, e c’è molto poco nel mezzo. 

Risulta però molto pericoloso pensare semplicemente che l’industria del vino sia arrivata a questo punto perché i consumatori si sono allontanati dal vino. A questo riguardo è bene sottolineare come uno studio recente (Mercato del Vino: Tendenze Globali dell’Industria, Condivisione, Dimensioni, Crescita, Opportunità e Previsione 2023-2028) mostra che si prevede che l’industria vinicola globale crescerà di oltre il 5% nei prossimi quattro anni.

Ragionare sempre su breve termine pertanto sarebbe un errore perdonabile e mai come oggi si deve aprire un confronto trasparente tra tutti i soggetti protagonisti della filiera vitivinicola, dalle grandi imprese ai vignaioli.