Mia mamma soleva dire che “chi dice ma il cuor contento non ha”. Ho pensato a questo vecchio proverbio riflettendo su questa 56ª edizione di Vinitaly.

Un’edizione, va detto subito con onestà, che ha evidenziato un’ottima organizzazione da parte di VeronaFiere, la quale si è spesa per garantire una presenza di operatori ben profilata che ci è stata riconosciuta da quasi tutti gli espositori che abbiamo incontrato in questi quattro giorni.

Sottolineare ancora una volta che Vinitaly consolida il suo posto nel panorama delle fiere internazionali del vino può apparire quasi superfluo ma non era così scontato qualche anno fa.

Abbiamo intervistato anche numerosi buyer e non pochi (a partire dai nordamericani) ci hanno evidenziato che dal prossimo anno le loro “discese” in Europa si concentreranno solo di Parigi e Verona disertando così il Prowein di Düsseldorf. Staremo poi a vedere se queste affermazioni si confermeranno nel concreto ma non vi è ormai dubbio che vi sarà una forte razionalizzazione nelle scelte dei buyer internazionali.

Ma torniamo agli umori delle imprese a questo Vinitaly 2024 che, come avevamo ampiamente anticipato, sono stati praticamente tutti all’insegna dell’ottimismo e della positività

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Le preoccupazioni non hanno trovato spazio quest’anno alla Fiera di Verona e questo non lo si può considerare un aspetto negativo a patto che tutto ciò non rappresenti un pericoloso atteggiamento dello struzzo.

Ed è in questa direzione che si inserisce il nostro tutto bene “ma”. Un “ma” frutto di quel contrasto evidente tra ciò che “ci siamo raccontati” a Vinitaly e ciò che sta fuori dai padiglioni di VeronaFiere.

Ho avuto quest’anno nettamente la sensazione di essere all’interno di una famiglia (quello di noi che amiamo e lavoriamo nel mondo del vino) che si protegge da un “nemicoesterno che ancora non conosciamo bene e per questo ci spaventa di più.

Per questo ritengo che sia difficile uscire da Vinitaly completamente soddisfatti e, almeno per quanto mi riguarda, esco con una sorta di retrogusto amaro (come mi ha detto un bravo direttore di un Consorzio di tutela). Un retrogusto amaro fortemente legato a qualcosa che non abbiamo voluto, se non molto marginalmente, affrontare a Vinitaly ma che molti produttori e manager vorrebbero anche evitare fuori da questa bella fiera.

E allora, in questa sorta di Truman Show, ci sentiamo rassicurati, quasi euforici; ma quando ci accorgiamo che l’orizzonte non è reale, ma dipinto, ci assale un senso di sgomento, di paura.

Ma sta proprio qui, secondo me, il vero rischio del nostro settore: non guardare in faccia la realtà per poter distinguere bene i rischi reali dalle false e inutili preoccupazioni.

Perché se è vero che vi sono cambiamenti epocali, molti dei quali stanno fortemente condizionando i modelli di consumo, a partire da quelli del vino, allo stesso modo non c’è un osservatorio mondiale che non evidenzi sviluppi di crescita dei mercati anche nel prossimo futuro.

Cito tra i tanti  il Research and Markets, che unisce molteplici fonti di dati per fornire una panoramica dettagliata del settore vinicolo globale, incorporando dati provenienti da 107 Paesi. I dati mostrano che il settore vinicolo globale è stato valutato 346,8 miliardi di dollari Usa nel 2022 e si prevede che registrerà un tasso di crescita annuale composto (CAGR) dell’8,8% nel periodo 2022-2027, per raggiungere 528,2 miliardi di dollari. Inoltre, in termini di volume, i risultati prevedono che il mercato globale del vino raggiungerà un totale di 26,7 miliardi di litri nel 2027, rispetto ai 24 miliardi di litri nel 2022.

Ma, se molti concordano sulla crescita – e io mi fido di queste previsioni perché il consumo di vino a livello mondiale è ancora così basso che francamente faccio fatica ad immaginare mercati saturi -, è evidente che non è altrettanto chiaro quali saranno i “nuovi” driver di questo sviluppo.

Ed è per questo che in molti articoli dedicati a questo Vinitaly abbiamo sottolineato la necessità per il nostro settore di accettare la condivisione di diversi modelli produttivi, di packaging, di distribuzione, di comunicazione del vino.

Se l’ortodossia produttiva e di immagine è stata un driver importante per dare credibilità al nostro comparto nell’era del post-metanolo, oggi si deve sposare un nuova era, molto più laica e aperta al cambiamento, dove possono convivere diversi approcci, modelli, strategie senza il timore cronico che tutto ciò delegittimi la reputazione complessiva del vino.

È chiaro che questa nuova “visione” impone necessariamente una forte evoluzione della “governance” del nostro settore sia sul fronte delle imprese che delle istituzioni che lo rappresentano.

Qualche segnale in questa direzione lo stiamo vedendo ma dobbiamo sicuramente accelerare questo processo di rinnovamento e di rimodulazione perché il mondo fuori da Vinitaly corre ad una velocità tripla.