Le notizie negative che arrivano con cadenza quasi annuale dall’Oltrepò Pavese ormai non meravigliano più. E questa direi che è la cosa peggiore perché quando si finisce di avere aspettative positive da un territorio del vino significa che è venuta meno anche la speranza.

L’ultima botta al territorio, in termini di tempo, è arrivata il 5 luglio scorso con l’ufficializzazione delle dimissioni dal Consiglio di amministrazione del Consorzio di tutela dei rappresentanti di cinque importanti aziende: Vinicola Decordi, Agricola Defilippi Fabbio, Losito e Guarini, Az. Vitivinicola Vanzini e Società Agricola Vercesi Nando e Maurizio, che rappresentano oltre il 30% della produzione dell’Oltrepò Pavese tutelata dalle varie denominazioni.

I cinque consiglieri si sono dimessi – secondo quanto dichiarato in un comunicato stampa – in polemica con una gestione del Consorzio poco trasparente, guidata da interessi di parte e caratterizzata da una condotta non sempre rispettosa delle regole statutarie.

A tali gravi accuse, decisa la risposta della presidenza del Consorzio che, precisando come le aziende dimissionarie hanno una rappresentatività della produzione DOC/DOCG del 12,4%, ribadisce il suo impegno nel conseguimento dei propri obiettivi di trasparenza, etica e lealtà tra tutti gli associati. “Il nostro impegno – è scritto in un comunicato del Consorzio – è rivolto a garantire una gestione trasparente, rispettosa delle norme di legge e focalizzata sull’interesse collettivo di tutte le categorie rappresentate dal Consorzio. Il nostro Consiglio di Amministrazione ha intrapreso un percorso volto a rendere l’azione del Consorzio sempre più efficiente ed efficace, adottando decisioni strategiche per il raggiungimento dei fini istituzionali”.

Entrare nel merito dell’ennesimo conflitto diventa molto difficile ormai perché quando una guerra si prolunga per tanto tempo si rischia inevitabilmente anche di non comprendere correttamente le questioni in campo, le problematiche che affliggono da troppo tempo questa nostra storica denominazione.

Ma quando l’incapacità di fare cogliere adeguatamente i valori di una denominazione diventa quasi una costante in un territorio, la responsabilità è da ascrivere a tutto il sistema, a tutti i protagonisti della filiera produttiva.

Questo è testimoniato anche dai tanti direttori e presidenti di Consorzio che si sono succeduti in questi anni. Ad ognuno è stata assegnata una sorta di mission impossible perché di fatto sono stati poi lasciati da soli nella speranza o nell’illusione che esistesse l’uomo o la donna dei miracoli.

Ho provato più volte a dialogare con numerosi imprenditori e operatori di questo territorio, singolarmente ho sempre trovato persone aperte e consapevoli delle potenzialità di questa terra e delle tante opportunità, ma, al tempo stesso, ho poi riscontrato una sorta di fatalismo che li portava a non avere una vera e propria concreta speranza di recuperare l’immagine della propria denominazione.

Un atteggiamento che ha portato anche produttori, a mio parere illuminati, a non creare nulla di concreto per cambiare la rotta.

Ho tentato più volte di costruire una sorta di gruppo di “visionari” tra gli imprenditori che erano disponibili a “metterci la faccia”, a disegnare una nuova concreta prospettiva all’Oltrepò Pavese, ma dopo tante parole nessuno veramente disponibile a partire.

Sono tante le denominazioni italiane, infatti, che sono potute “risorgere” o hanno potuto conquistare una buona reputazione grazie allo sforzo iniziale di pochi senza la pretesa che tutti fossero allineati, ma ci vuole coraggio e intraprendenza, caratteristiche che, purtroppo, vedo poco da troppo tempo in Oltrepò Pavese.

Non sono così ingenuo dal non sapere che non è facile fare convivere diverse anime all’interno di una denominazione. Cooperative, imbottigliatori, piccoli vignaioli e medie imprese private di lunga storia sono però anche il DNA di gran parte delle nostre denominazioni italiane e, pur nelle difficoltà, in molte di esse la convivenza è possibile attraverso la condivisione di alcuni principi base, al primo posto la reputazione e l’onorabilità, mi verrebbe da dire, del proprio brand territoriale.

In Oltrepò Pavese, invece, sembra che siano venuti meno anche i principi base di una civile e profittevole convivenza tra i diversi stakeholder e a questo punto ritengo che nessuno abbia una ricetta precisa per uscire da questa situazione paradossale.

L’unica cosa certa è che se tutti non si sentono responsabili a vari livelli, non sarà mai possibile trovare, a questo stato delle cose, le correzioni adeguate e le persone giuste per portarle avanti.

Se ancora una volta si cercherà un unico colpevole o qualche responsabile qua e là per l’Oltrepò Pavese sarà ancora notte fonda.