Nel novembre del 1997 ero a Vancimuglio in provincia di Vicenza a seguire le veementi proteste di molti allevatori italiani, in gran parte veneti, disperati per le multe che erano state loro comminate per aver sforato le cosiddette quote latte imposte dall’Unione Europea per eliminare la superproduzione di latte.

Dagli inizi degli anni ’90, comunque, come giovane redattore de L’Informatore Agrario, lo storico settimanale agricolo italiano (a cui devo tantissimo nella mia crescita professionale), ho seguito tutte quelle che si possono definire le battaglie dell’agricoltura sui “tavoli” di Bruxelles.

Per comprendere le proteste di oggi è fondamentale rileggere, seppur in maniera molto sintetica e me ne scuso, la storia delle rivendicazioni agricole in seno all’UE.

Ma è indispensabile anche un altro sforzo, questo più difficile, nel comprendere l’evoluzione ma anche i limiti dell’imprenditoria agricola e delle organizzazioni professionali di settore.

Se non si uniscono i due aspetti si rischia di arrivare a valutazioni, a mio parere, sbagliate e soprattutto poco utili.

Voglio affrontare questo tema su Wine Meridian perché anche il settore vitivinicolo, seppur con qualche diversità, rappresenta comunque un comparto agricolo che ha dovuto e sta facendo i conti anche con i suoi limiti.

Ma partiamo dal primo punto. 

Nei primi anni ’80 la cosiddetta Politica agricola comune (ben conosciuta con l’acronimo Pac) rappresentava il 66% del bilancio dell’Unione Europea e questa percentuale di fatto è rimasta quasi fino all’inizio del nuovo millennio.

Ma se andiamo ancora più indietro nel tempo, ai primi anni ’60, quando la Comunità europea fu fondata, quasi il 75% della produzione agricola europea era interessato dalla politica di sostegno dei prezzi, e a questa politica andavano quasi i tre quarti di tutti i finanziamenti della Comunità attraverso il cosiddetto Feoga-Garanzia.

Ma dal 2000 in poi la discesa è stata sempre più repentina scendendo al 37,8% nel periodo 2014/2020 e abbassandosi ancora al 31% nella Pac del periodo 2021-2027.

A partire da questo, viene facile comprendere che l’agricoltura è stata considerata un settore chiave già nell’atto costitutivo di quella che oggi chiamiamo Unione Europea.

E tutto ciò non “solo” per ragioni economiche ma perché, nel supporto agli agricoltori europei, si vedeva il sostegno all’ambiente, la salvaguardia di territori “fragili” – come la montagna – che altrimenti sarebbero stati abbandonati, e il sostegno sociale di tutte le aree rurali, che altrimenti sarebbero degradate sia dal punto di vista idrogeologico che economico. Nonché, ovviamente, il sostegno ai fabbisogni alimentari.

È stata questa motivazione, di fatto, che ha consentito di legittimare agli occhi del contribuente europeo un investimento così ampio da destinare al settore agricolo.

Se quindi vogliamo oggi trovare un denominatore comune alle tante proteste e manifestazioni che si stanno evidenziando in molti Paesi dell’UE, va cercato in questa drammatica riduzione di aiuti alle imprese agricole, inutile girarci tanto intorno.

Ma se era chiaro, quindi, e assolutamente legittimo individuare tutti gli strumenti possibili per supportare le imprese agricole, quello che è rimasto da sempre “sospeso” o “incompiuto” è stato riuscire ad incentivare, sviluppare l’imprenditoria agricola, i comparti agroalimentari al fine di renderli nel tempo meno legati all’investimento pubblico.

Purtroppo, invece, si sono tolte le bombole di ossigeno agli agricoltori senza che essi siano in grado di respirare in alta quota.

Le responsabilità, le cause di tutto ciò sono ovviamente tantissime ma anche in questo caso può venire utile individuare qualche fattore chiave. E per trovarlo è fondamentale chiedersi quali sono state e sono le ragioni che hanno reso quasi tutti i prodotti agricoli delle commodities dove i margini di guadagno della stragrande maggioranza degli agricoltori sono praticamente nulli.

Il settore vitivinicolo è stato probabilmente l’unico comparto agricolo che è stato in grado nel tempo di ridurre, anche se non del tutto, la deriva della commodities e questo grazie alla costruzioni di brand territoriali e aziendali che hanno consentito quell’indispensabile valore aggiunto.

Ma se ci spostiamo sul settore frutticolo/orticolo, cerealicolo, lattiero-caseario, olivicolo, si fa fatica ad individuare brand che sono stati in grado di fare uscire i produttori dal baratro della commodities, dai prezzi sempre più bassi e sempre meno remunerativi.

Il paradosso è che mentre comunque dai primi anni ’60 in poi le economie avanzavano e di conseguenza  crescevano anche le capacità di spesa dei consumatori, gli agricoltori si sono trovati a perdere valore di anno in anno con la necessità di sostegno costante da parte della mano pubblica.

Non solo, ma mentre da un lato agli agricoltori veniva chiesto di produrre sempre maggiore qualità, con investimenti in campagna sempre più intensi e con prodotti sempre più sostenibili, dall’altro essi vedevano remunerati sempre meno i loro sforzi.

Una contraddizione folle che pochi hanno voluto guardare fino in fondo.

Ricordo, sempre negli anni ’90, i cartelli degli agricoltori francesi impiantati nei loro campi dove spiegavano ai consumatori che a loro quelle pesche, quelle ciliegie, quelle mele venivano pagate pochi franchi mentre loro dovevano acquistarle al supermercato, nei negozi a prezzi cinque volte superiori.

Ma anche queste proteste non sono servite a nulla.

Eppure, ad inizio degli anni ’90, quasi tutti ci illudemmo di aver finalmente trovato la ricetta giusta che rispondeva al nome di “multifunzionalità” dell’impresa agricola.

Il termine “multifunzionalità” fu introdotto per la prima volta, a livello internazionale, durante la Conferenza mondiale sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro nel 1992, mentre in ambito europeo fu citato per la prima volta nella Dichiarazione di Cork del 1996, considerata da molti all’origine di una vera e propria rivoluzione culturale.

In sostanza la Dichiarazione evidenziò l’importanza del ruolo dell’imprenditore agricolo come presidio culturale, sociale e territoriale del paesaggio europeo.

In pratica si mise l’accento per la prima volta sull’importanza della multifunzionalità dell’agricoltura da intendere come un settore primario in grado non solo di produrre beni alimentari, ma anche come un settore in grado di erogare servizi all’ambiente: conservazione della biodiversità e del paesaggio, sicurezza idrogeologica, servizi alla popolazione, cultura e tradizioni.

Bellissimo. Quasi tutte le organizzazioni professionali agricole sposarono il principio della multifunzionalità.

Peccato però che nessuna delle organizzazioni si preoccupò seriamente di supportare concretamente gli agricoltori per diventare imprenditori multifunzionali.

Nessuna si prese carico di fare evolvere i distretti agricoli in distretti agricoli multifunzionali. Anche in questo caso l’unica eccezione fu praticamente solo quella del settore vitivinicolo che poteva godere di un asset storico strategico: le denominazioni di origine e l’esempio di alcuni brand aziendali che erano riusciti a cavalcare al meglio la loro origine territoriale.

Ma anche questa ultima constatazione generò l’idea del far proliferare denominazioni di origine in ogni comparto agricolo nell’illusione che sarebbero bastate centinaia e poi migliaia di dop, igt, stg per garantire la sostenibilità economica alle nostre imprese agricole.

Sappiamo tutti come è andata a finire.

Tante altre cose si potrebbero aggiungere ma ho già sforato ampiamente, e me ne scuso, gli spazi logici per un articolo su un magazine online.

In conclusione, pertanto, è corretto domandarsi se tutto questo è successo per negligenza o per evidente scelta politica.

Io, propendo per la seconda causa per la semplice ragione che il non aver dato agli agricoltori tutti gli strumenti per crescere imprenditorialmente, ha giovato a tutte quelle categorie che hanno potuto così usare gli agricoltori come bacino elettorale, come comparto manovrabile e ricattabile.

E nel non supportarli a diventare reali imprenditori agricoli intendo non renderli finalmente liberi da modelli cooperativi alquanto discutibili (non tutti ovviamente), da intermediazioni commerciali spesso addirittura al di fuori della legalità, non permettere loro di avere un rapporto alla pari con il mondo della distribuzione e nemmeno renderli riconoscibili agli occhi dei consumatori.

Oggi loro protestano e mi è facile comprendere le loro ragioni ma a mio parere oggi sono davanti ad una svolta fondamentale: decidere finalmente loro quello che vogliono essere e non delegare più a nessuno il loro destino.