Appena sono entrato in Fiera a Verona per questa 56ª edizione di Vinitaly ho sentito un visitatore dire ad un gruppo di persone che lo accompagnavano: “Ragazzi qui a Vinitaly è tutto un cinema. Preparatevi!”.

Una frase che mi ha fatto riflettere e, pur nella sua iperbole esagerata, racchiude una importante verità: una parte di quanto si racconta e comunica a Vinitaly rappresenta più una fiction che una oggettiva realtà.

Per questo Vinitaly è e ritengo sarà sempre una manifestazione che fa emergere anche le contraddizioni del nostro settore vitivinicolo.

Un settore che,  per certi aspetti storicamente, da un lato (più segreto) racconta le magagne, dall’altro (più esplicito) esalta le vittorie (talvolta viceversa).

Ma se questa dinamica appariva fisiologica fino al recente passato oggi è di più difficile lettura in quanto la narrazione delle difficoltà del mercato sono rappresentate da numeri che non erano mai stati così negativi negli ultimi trent’anni. 

Allora nasce spontanea la domanda: ma sono i numeri ad essere sbagliati o il modo di interpretarli?

La risposta a questa domanda me l’ha data il prof. Eugenio Pomarici che ritengo da tempo il più attento economista del vino del nostro Paese. Me l’ha dato durante il convegno sul tema: “L’innovazione come motore della competitività e della sostenibilità della filiera vitivinicola: l’approccio delle cooperative” organizzato da Ismea. 

Pomarici nel suo intervento ha evidenziato una caratteristica chiave dell’attuale scenario dei mercati del vino e cioè la “desacralizzazione e funzionalizzazione” dei consumi di vino.

Due termini difficili da pronunciare ma al tempo stesso perfettamente corretti e coerenti a quanto sta avvenendo.

Piaccia o no, infatti, il vino ha perso in gran parte dei consumatori mondiali la sua “sacralità”, intesa nel pensarlo un prodotto sempre legato ad un territorio ben definito, ad un packaging e ad una comunicazione “tradizionale”.

“Se oggi osserviamo – ha spiegato Pomarici – le dinamiche di sviluppo di packaging come il bag in box ma anche il cosiddetto wine on tap (vino alla spina) e le tante altre tipologie di confezionamento dei vini, si comprende bene come il vino sia attualmente considerato in maniera molto diversa rispetto ai canoni classici del recente passato”.

Se a quanto sottolineato dal prof. Pomarici aggiungiamo vini a basso contenuto alcolico, gli RTD (ready to drink a base vino), packaging trasgressivi e assolutamente originali, impensabili anche in un recente passato, si comprende bene che pensare di continuare ad approcciarsi ai mercati del vino con le strategie tradizionali risulterebbe inevitabilmente perdente.

Non è un caso, a mio parere, che uno degli eventi più seguiti durante questo Vinitaly sia stata la presentazione del libro “Il segreto di 958 Santero, il vino che sa di futuro” di Filippo Larganà che racconta il successo di un’impresa che pur rimanendo legata alla vigna è riuscita a trasgredire regole che sembravano inamovibili dalla stragrande maggioranza di addetti ai lavori.

Rompere l’ortodossia vitienologica non significa tradire il vino, anche se è indubbio che si tratta di una sfida molto complessa che presenta non pochi rischi.
Ma è sicuramente più rischioso per il nostro settore fare finta che non stia succedendo nulla, e che il cerimoniale del vino possa rimanere sempre quello, inalterato nel tempo.

La stessa desacralizzazione del vino non deve essere pertanto vista come un fattore negativo ma come invece l’apertura di nuove strade, di nuove opportunità. E non significa che le nuove strade, ovviamente, portino solo alla creazione di bevande idroalcoliche o di vini dealcolati.

Ritengo che vi sia la possibilità di mantenere inalterati i valori simbolici e di immagine del vino, pur accettando l’ingresso di nuove tipologie “rivoluzionarie” e “trasgressive”, e che si avvicinano maggiormente al mondo degli spirits e dei cocktail, rispetto alla comfort zone classica del vino.

Avere paura di questa evoluzione, se per certi aspetti è comprensibile, rischia però di negare quell’evoluzione degli stili di vita e di consumo che inevitabilmente non potevano lasciare indenne il nostro amato vino.

Mi fermo a questi brevi commenti per far sedimentare meglio molti concetti e opinioni che sto recependo da questo Vinitaly. 

Prometto che a breve cercherò di formulare riflessioni più ampie nella convinzione della necessità oggi di analizzare in profondità le dinamiche dei mercati e di consumo e le possibili opportunità e soluzioni.