Domenica si apriranno i battenti della 55a edizione di Vinitaly. Per molti noi “anziani” del vino un appuntamento che ha segnato profondamente anche la nostra vita professionale. Facendo un calcolo spannometrico penso che questa sia la mia quarantesima partecipazione a Vinitaly, anche se qualche edizione l’ho vissuta anche prima del mio diciottesimo compleanno, come studente dell’Istituto tecnico agrario di Verona.

Ritengo però questa 55a edizione in qualche misura “rivoluzionaria”, perché cade in una delle fasi più complesse della storia socio-economica del nostro pianeta. Una fase dove le trasformazioni sociali e di mercato sono sempre più numerose e soprattutto veloci.

Se a queste mutazioni aggiungiamo anche quelle climatiche si fa presto a capire che il vino non sarà più quello di prima e di conseguenza anche le attività ad esso afferenti.

Ma se dovessi evidenziare gli elementi “rivoluzionari” più forti di questa fase storica li sintetizzerei così:

  • consumatori sempre più infedeli e “laici”, cioè aperti a qualsiasi tipo di esperienza “alcolica” (sono ormai in netto declino i cosiddetti consumatori “specializzati” quelli che bevono solo certe tipologie di vini o di bevande alcoliche);
  • un ruolo sempre più determinante del packaging che talvolta prevale sul contenuto;
  • una segmentazione sempre più articolata dei consumatori con un proliferare di nicchie di prodotti (anche nel mondo spirits);
  • un accelerato declino della comunicazione tradizionale del vino sempre più considerata “noiosa”, poco stimolante;
  • una forte fase di riflessione della comunicazione “social” del vino che non ha saputo ben distinguersi da quella tradizionale, analogica;
  • mercati emergenti del vino che si stanno evolvendo in maniera più lenta del previsto (compreso il paradosso Cina che invece di diventare un grande mercato del vino continua a dare segnali di arretramento);
  • la perdurante difficoltà della maggioranza delle imprese del vino italiane di fare “branding”;
  • la necessità estrema di velocizzare il processo di miglioramento dell’enoturismo italiano, fonte fondamentale sia economica che comunicativa;
  • la sempre più evidente difficoltà di molte imprese vitivinicole italiane di “internazionalizzarsi” e di essere quindi in grado concretamente di approfittare delle opportunità dell’export;
  • mutazioni climatiche che obbligano a trasformare sia le strategiche agronomiche che quelle enologiche;
  • mutazioni climatiche che stanno generando la nascita di “nuovi” vini;
  • la veloce obsolescenza del termine “sostenibile” che ha subito una comunicazione esasperata che ha finito con il generare più dubbi che certezze tra i consumatori;
  • la necessità di dare un nuovo volto più autentico al termine sostenibilità e a quanto un’azienda è credibile su questo fronte;
  • la competenza delle risorse umane è oggi definitivamente diventata il fattore determinante per il successo di un’impresa.

Se tutto questo è vero cosa dobbiamo aspettarci da questo Vinitaly 2023?

  • Che sia l’inizio di un nuovo modo di raccontare il vino;
  • che sia l’inizio di un nuovo modo del vino italiano di presentarsi ai buyer internazionali;
  • che sia l’inizio di un nuovo modo di organizzare le fiere del vino dove il target a cui ci si vuole rivolgere diventa finalmente il vero driver delle scelte;
  • che sia l’inizio di un nuovo modo di relazionarsi tra gli enti organizzatori di manifestazioni del vino, dove i fabbisogni del settore diventano prioritari.

Buon Vinitaly a tutti!