Comunicare il vino in modo efficace richiede l’uso del linguaggio giusto. Dariusz Galasinski, professore di linguistica, mette in evidenza i principali errori commessi dai produttori durante le degustazioni, suggerendo l’importanza di un dialogo bilaterale, un linguaggio personale e meno tecnico, per coinvolgere maggiormente i wine lovers.
Esiste una modalità di comunicazione ideale per raccontare il proprio vino? Il segreto sta nel scegliere le parole giuste. Secondo Dariusz Galasinski, professore universitario ed esperto di linguistica all’Università di Wroclaw in Polonia, la maggior parte dei produttori sbaglia nel comunicare. Negli ultimi mesi il professore polacco ha partecipato a dozzine di tasting in Germania e Francia e ha raccontato la sua esperienza in un articolo per Meininger’s formulando un osservatorio che ci aiuta a mettere a fuoco gli errori più comuni in termini comunicativi.
Il suo osservatorio da non tecnico di vino, ma bensì da esperto di comunicazione, ci aiuta a costruire una serie di considerazioni interessanti sul modo di comunicare il vino e di connettersi con il consumatore. Infatti, secondo l’esperto, c’è un modo migliore di trovare una connessione tra vino e winelover. Cosa sbaglia il produttore nel proporre il proprio vino in sede di tasting?
Vediamo assieme quali sono gli errori più comuni secondo il linguista, esplorando il canale comunicativo, il contenuto e la forma del messaggio.
1. Spesso lo spazio comunicativo è occupato unilateralmente dai produttori
“La scena comunicativa di una degustazione è ingannevolmente semplice” spiega il professor Galasinski. “I produttori raccontano i loro vini, fanno un discorso preparato e gestiscono le domande in modo del tutto rapido e veloce. Lo spazio comunicativo viene riempito solo unilateralmente dal produttore”.
Al contrario, una valida alternativa sono le degustazioni che diventano dialoghi. “Quando i produttori aprono il canale di comunicazione anche ai degustatori, non solo incoraggiando commenti e domande, ma anche avviando conversazioni, si apre un nuovo canale di comunicazione bilaterale” spiega Galasinski.
2. Quando la comunicazione diventa solo tecnica
Parlare di vino può significare cose diverse. “Troppo spesso sento parlare di zucchero residuo, vasche, rovere e così via. Tutte queste informazioni potrebbero essere comunicate via e-mail. In poche parole, non è più interessante ascoltare la storia di un’enologa orgogliosa del suo vino, o disperata per la grandine, o persino che parla del nebuloso rispetto del terroir, piuttosto che sentir parlare di mela, agrumi, melone o altre combinazioni dell’universo macedonia di frutta?” si chiede il professore polacco.
3. L’utilizzo troppo frequente della terza persona
Spesso il vino viene proposto in modo molto impersonale e non sempre dalle persone che lo hanno prodotto. “Se il vino deve offrire convivialità e unione, allora voglio partecipare a degustazioni in cui il vino viene condiviso con me da coloro che lo hanno prodotto. Voglio sentire “noi abbiamo prodotto il vino” e non “il vino è”. Come linguista, direi che voglio che le degustazioni siano fatte in prima persona, non in terza” spiega Galasinski. “È attraverso la prima persona grammaticale che possiamo condividere le nostre esperienze di vino, così come è stato fatto e assaggiato”.
Dunque la terza persona non è certamente il modo migliore per raccontare il vino. Il vino è soggettivo e tuttavia questa soggettività scompare nelle catene della terza persona grammaticale.
È tutta questione di scegliere il linguaggio giusto, che sia coinvolgente e che sappia mettere la relazione al primo posto. “Produttori, non raccontatemi solo le meraviglie dei sapori del vostro vino. Portatemi a fare una passeggiata attraverso la vostra annata, portatemi attraverso le vostre emozioni e disperazioni. Invitatemi a guardare il mondo attraverso un bicchiere del vino che avete prodotto.
Vi suggerisco quindi di trattarmi come una persona a cui piace il vino e con cui potete parlarne, e non come un dispositivo che riceve dati” conclude l’esperto linguista.
Punti chiave:
- Comunicazione unidirezionale: I produttori spesso monopolizzano la degustazione, non coinvolgendo adeguatamente i degustatori.
- Eccessiva tecnicità: Troppi dettagli tecnici possono allontanare l’ascoltatore. Raccontare storie personali è più coinvolgente.
- Uso della terza persona: Utilizzare un linguaggio impersonale crea distanza. La prima persona rende l’esperienza più autentica e condivisa.












































