L’accordo sui dazi al 15% tra Stati Uniti e Unione Europea scatena l’allarme del mondo del vino italiano. Nonostante lo scampato pericolo di tariffe maggiori, il settore denuncia un colpo duro per l’export, con danni stimati in centinaia di milioni e i prodotti di punta, dal Brunello al Prosecco, messi a dura prova.
Domenica 27 luglio, in Scozia, è calato il sipario su due settimane di intense trattative. Il presidente statunitense Donald Trump e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen hanno siglato un accordo sui dazi che, se da un lato sventa la minaccia di tariffe al 30%, dall’altro getta un’ombra pesante sul futuro dell’export europeo, e italiano in particolare. Dal primo agosto, merci come auto, semiconduttori, farmaceutica e, soprattutto per l’Italia, il vino, saranno soggette a un dazio del 15% per entrare nel mercato USA. Un balzo enorme rispetto alla media precedente del 4,8%. L’accordo prevede anche un dazio punitivo del 50% su acciaio e alluminio, l’impegno europeo ad acquistare gas liquefatto americano (notoriamente più caro) e 600 miliardi di non meglio specificati investimenti europei negli Stati Uniti.
La reazione del mondo produttivo italiano non si è fatta attendere ed è un coro unanime di forte preoccupazione e insoddisfazione.
L’Unione Italiana Vini (UIV) ha immediatamente quantificato l’impatto. “Con i dazi al 15% il bicchiere rimarrà mezzo vuoto per almeno l’80% del vino italiano“, ha dichiarato il presidente Lamberto Frescobaldi. La stima è un danno di circa 317 milioni di euro cumulati nei prossimi 12 mesi, che potrebbe salire a 460 milioni con l’attuale debolezza del dollaro. L’effetto a scaffale sarà devastante per la competitività: “una bottiglia italiana che usciva dalla cantina a 5 euro veniva venduta sugli scaffali a 11,5 dollari; ora, tra dazio e svalutazione della moneta statunitense, il prezzo della stessa bottiglia sarebbe vicino ai 15 dollari”, spiega Frescobaldi. L’aumento del prezzo finale rispetto all’origine schizzerebbe dal 123% al 186%.
Un’analisi condivisa dal segretario generale di UIV Paolo Castelletti, che sottolinea come l’Italia rischi più dei suoi competitor: “l’Italia rischia di subire un impatto maggiore, da una parte per la maggiore esposizione netta sul mercato statunitense, pari al 24% del valore totale dell’export contro il 20% della Francia e l’11% della Spagna; dall’altra per la tipologia dei prodotti del Belpaese che concentrano la propria forza sul rapporto qualità prezzo, con l’80% del prodotto che si concentra nelle fasce “popular” – quindi a un prezzo franco cantina di 4,2 euro al litro – e con solo il 2% delle bottiglie tricolori collocato in fascia superpremium”. Secondo l’osservatorio dell’associazione, ben il 76% delle bottiglie italiane spedite oltreoceano si trova in “zona rossa”. Si parla di 366 milioni di bottiglie, tra cui spiccano per esposizione il Moscato d’Asti (60%), il Pinot grigio (48%), il Chianti Classico (46%), il Brunello di Montalcino (30%) e il Prosecco (27%).
Giacomo Bartolommei, presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, non usa mezzi termini: “I dazi al 15% infliggeranno un duro colpo al Brunello di Montalcino, principale simbolo del Made in Italy enologico negli Stati Uniti”. Per il Brunello, il mercato americano vale il 30% delle esportazioni, oltre 3 milioni di bottiglie. Di fronte a questo scenario, la strategia è duplice: continuare a presidiare il mercato USA, confermando gli eventi promozionali, ma allo stesso tempo “procedere celermente sulla via di nuovi negoziati commerciali, a partire dal Mercosur, per aprire nuove rotte“.
Il sentimento di amarezza va oltre il mero calcolo economico e investe la sfera delle relazioni internazionali. Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare, è categorico: “La percentuale del 15% non può che vederci insoddisfatti: l’atteggiamento che l’alleato storico come gli Stati Uniti d’America ha tenuto in questa trattativa con la Ue, non è compatibile con i sentimenti di amicizia che hanno contraddistinto gli 80 anni del secondo dopoguerra”.
Anche Federvini esprime “forte preoccupazione” e, pur prendendo atto dell’accordo, non si arrende. “La speranza è che entro il primo agosto si possa avere un ulteriore margine per impostare le nostre relazioni commerciali”, afferma il presidente Giacomo Ponti.
L’appello delle associazioni al governo italiano e all’Unione Europea è dunque compatto: servono misure per salvaguardare un settore strategico e la speranza (probabilmente vana) è che il dialogo non sia ancora chiuso.
Punti Chiave:
- Un nuovo dazio del 15% sarà applicato dal 1° agosto su molte merci europee esportate negli USA, incluso il vino.
- L’Unione Italiana Vini stima un danno economico di 317 milioni di euro in 12 mesi per le aziende vitivinicole italiane.
- Sono a rischio il 76% delle bottiglie italiane esportate, soprattutto quelle che puntano sul rapporto qualità-prezzo.
- Associazioni di categoria e consorzi esprimono unanime insoddisfazione e forte preoccupazione per la competitività del Made in Italy.
- Rimangono dubbi sull’applicazione tecnica del dazio e la speranza che il dialogo possa proseguire per ottenere condizioni migliori.












































