L’Arabia Saudita compie un passo storico nella sua trasformazione sociale: dopo oltre 70 anni di proibizionismo, il regno wahhabita permette agli stranieri non musulmani con redditi elevati di acquistare alcol in negozi autorizzati. Una rivoluzione condotta nel silenzio, senza annunci ufficiali, che rivela la strategia del principe Mohammed bin Salman di modernizzare il paese mantenendo ambiguità e controllo.
Nessun annuncio ufficiale, nessuna conferenza stampa. Solo un negozio anonimo nel Diplomatic Quarter di Riyad, riconoscibile da un’insegna criptica: “VAT EXEMPT GOODS FOR DIPLOMATS ONLY”. Eppure, nelle ultime settimane, davanti a quel complesso beige si è formata una fila di SUV e berline di lusso. I loro conducenti mostrano documenti d’identità a una guardia che decide chi può entrare e chi no. All’interno, scaffali pieni di whisky e champagne che l’Arabia Saudita vieta ufficialmente da oltre 70 anni.
La novità è che ad accedere al negozio non sono più soltanto i diplomatici stranieri, da sempre esentati dal divieto. Ora possono acquistare alcol anche i residenti stranieri non musulmani con un reddito mensile di almeno 50.000 riyal (circa 13.300 dollari) o chi possiede il cosiddetto “premium residency permit”, uno status riservato a stranieri facoltosi o altamente qualificati che lavorano per enti governativi o in settori strategici come la sanità.
Il meccanismo è tanto restrittivo quanto sofisticato. Gli acquirenti devono dimostrare il proprio reddito presentando un certificato di stipendio e possono comprare solo una quota mensile di alcolici, gestita attraverso un sistema a punti collegato al numero di identificazione governativo. I prezzi sono maggiorati in modo significativo: una bottiglia mediocre di vino bianco può costare circa 85 dollari, più di cinque volte il prezzo negli Stati Uniti. I residenti premium pagano tariffe ancora più alte rispetto ai diplomatici.
Le autorità saudite mantengono un silenzio assordante su questi cambiamenti. Il governo non ha risposto alle richieste di commento, e trovare il negozio è un’impresa: non compare su alcuna mappa online, la sua posizione GPS viene condivisa discretamente tra amici. Chi acquista porta via le bottiglie in sacchetti neri, come a sottolineare l’ambiguità che circonda l’intera operazione.
La strategia del silenzio
Questa vaghezza non è casuale. Rappresenta l’approccio caratteristico con cui il principe ereditario Mohammed bin Salman sta trasformando l’Arabia Saudita: cambiamenti incrementali sotto la superficie, senza grandi annunci, mantenendo una “plausibile negabilità” nel caso sia necessario fermare o invertire una politica che susciti reazioni negative.
È lo stesso schema seguito per altre riforme sociali. Ancora nel 2018, tutti i negozi del regno chiudevano più volte al giorno per le preghiere. Oggi non lo fanno più, ma non c’è mai stato un annuncio formale: le pratiche commerciali sono cambiate gradualmente, generando molta confusione. Persino Ahmed al-Khateeb, Ministro del Turismo e consulente del principe ereditario, ha dichiarato al New York Times appena un mese fa di non essere a conoscenza di piani per legalizzare l’alcol.
Nel frattempo, fonti informate rivelano che sono in costruzione altri due negozi di liquori a Jeddah e Dammam. E all’inizio di quest’anno, le autorità hanno annunciato che dal 2026 vino, birra e sidro potranno essere serviti in circa 600 locali autorizzati: hotel a cinque stelle, resort, ambasciate, zone residenziali per espatriati e alcuni siti turistici. I superalcolici con una gradazione superiore al 20% rimarranno vietati.
Il divieto di alcol in Arabia Saudita risale agli anni ’50, quando il governo lo vietò ufficialmente dopo che un figlio del re fondatore uccise un diplomatico britannico durante una lite alimentata dall’alcol. La proibizione ha radici religiose profonde: il Corano invita i musulmani a evitare l’alcol.
Tuttavia, come durante il proibizionismo americano, il divieto severo nasconde un fiorente mercato nero. Da decenni, distillati fatti in casa e bottiglie importate di alta gamma circolano a feste private, in compound residenziali recintati e nelle case di sauditi benestanti. L’alcol di marca spesso entrava attraverso le ambasciate, che potevano importare quantità illimitate in spedizioni diplomatiche, finché il governo non ha chiuso questa scappatoia nel gennaio 2024.
Il nuovo negozio di Riyad è nato come alternativa ufficiale, ma con l’accesso riservato ai diplomatici non musulmani e quote mensili limitate. Alcuni diplomatici hanno resistito al requisito di scaricare un’app governativa saudita per entrare, citando rischi per la sicurezza informatica.
Le ragioni economiche di una svolta
Dietro questa apertura graduale ci sono motivazioni concrete. L’Arabia Saudita, con un PIL pro capite paragonabile a Giappone e Corea del Sud, fatica ad attrarre i talenti stranieri altamente qualificati che il principe Mohammed considera essenziali per la sua Vision 2030, il piano di trasformazione economica che punta a diversificare l’economia oltre il petrolio.
Il regno ospiterà i Mondiali di calcio maschile nel 2034, e molti tifosi stranieri si aspetteranno di poter acquistare alcol. Le autorità sono inoltre sotto pressione per espandere il turismo e aumentare le entrate non petrolifere, entrambi elementi chiave del piano di diversificazione economica. La vendita di alcolici e le relative tasse sono una fonte di guadagno enorme per la vicina Dubai, dove l’alcol è ampiamente disponibile, anche per i musulmani.
Nonostante la sua enorme ricchezza petrolifera, l’Arabia Saudita sta attraversando una stretta di bilancio e si prevede che affronterà deficit fiscali negli anni a venire.
Il contesto sociale
Il contesto sociale rende possibile questa rivoluzione silenziosa. Negli ultimi anni, il regno ha abolito il divieto di guida per le donne, autorizzato intrattenimento pubblico e concerti, allentato le restrizioni sui luoghi misti per genere, e ha persino ospitato rave con pubblico misto. Il ritmo di questi cambiamenti rivela quanto sia delicato il compito di modernizzare il paese che ha dato i natali all’Islam e ospita i due luoghi più sacri della religione.
Ma una repressione politica durata anni ha lasciato pochi dissidenti disposti a parlare apertamente. L’espansione recente delle vendite di alcol non ha ricevuto copertura nei media locali, né commenti dal Gran Mufti, il leader religioso ufficiale del regno, recentemente nominato dal principe Mohammed.
Chi acquista nel negozio di Riyad descrive scene frenetiche di nuovi clienti che affollano i corridoi, comprando migliaia di dollari di alcolici. Ma tutti parlano in condizione di anonimato, per sensibilità locale o per paura di perdere l’accesso appena conquistato. La strada verso una maggiore apertura sociale resta avvolta nell’ambiguità, tra code di auto di lusso e sacchetti neri che escono da un negozio senza nome.
Punti chiave
- Soglia di accesso elevata: Solo stranieri non musulmani con reddito mensile di almeno 50.000 riyal (13.300 dollari) o possessori di “premium residency” possono acquistare alcol nei negozi autorizzati.
- Sistema di controllo rigido: Gli acquisti sono limitati da quote mensili gestite tramite sistema a punti collegato al numero di identificazione governativo, con prezzi maggiorati fino a 5 volte rispetto agli standard internazionali.
- Espansione programmata: Oltre al negozio di Riyad, sono in costruzione due nuovi punti vendita a Jeddah e Dammam, mentre dal 2026 alcol a bassa gradazione sarà servito in circa 600 locali autorizzati.
- Strategia dell’ambiguità: Il governo mantiene silenzio ufficiale totale sulla riforma, seguendo l’approccio tipico di Mohammed bin Salman: cambiamenti incrementali senza annunci per mantenere “plausibile negabilità”.
- Motivazioni economiche: La mossa risponde alla necessità di attrarre talenti stranieri, sviluppare il turismo e diversificare l’economia in vista dei Mondiali 2034, in un contesto di deficit fiscali crescenti.












































