Sono usciti recentemente un paio di articoli molto interessanti sul ritorno dell’Australia sul mercato cinese dopo la rimozione delle tasse cinesi sui suoi vini.

In tutti e due articoli (uno dei W.Blake Gray su Wine Searcher; e uno di Eloise Feilden su The Drink Business) emerge chiaramente un errore strategico dell’Australia: l’aver puntato il proprio export in pochissimi mercati, con una eccessiva focalizzazione in quello che si è poi dimostrato la sua “tomba”, la Cina.

E il crollo del mercato cinese è stato ben raccontato da Eloise Feilden: “Prima dell’imposizione di tasse punitive nel 2020 (arrivate fino al 218,4%), la Cina rappresentava il mercato di esportazione più prezioso per il vino australiano, con esportazioni che avevano raggiunto i 1,3 miliardi di dollari australiani e 121 milioni di litri in volume”. “Questo stratosferico aumento di tasse di importazione – prosegue la Feilden – ha causato un drastico calo delle esportazioni australiane di vino verso la Cina, scendendo a soli 10,1 milioni di dollari australiani e 1,4 milioni di litri nel 2023. Anche il numero di esportatori è crollato da 2.198 a 117.

Nel frattempo, però, il mercato del vino in Cina ha subito un’ulteriore contrazione. Secondo i dati di Trade Data Monitor, le importazioni totali di vino in Cina sono scese da 688 milioni di litri nel 2018 a 248 milioni di litri nel 2023. In termini di valore, il mercato del vino importato si è ridotto da 3,3 miliardi di dollari australiani nel 2019 a 1,5 miliardi di dollari nel 2023. Anche le principali nazioni esportatrici – Francia, Cile, Italia e Spagna – hanno registrato significativi cali nelle esportazioni verso la Cina nell’anno terminato a dicembre 2023.

Ma la pur drastica discesa del mercato del vino in Cina non sarebbe stata così drammatica per l’Australia se il suo settore vitivinicolo avesse avuto una migliore visione strategica.

“Per anni – scrive a quest’ultimo riguardo W. Blake Gray –  l’industria vinicola australiana ha giocato a un gioco pericoloso di “tutto su una carta”, puntando quasi esclusivamente sul mercato cinese per salvare la sua economia vinicola. Ma come ci insegna la recente storia, mettere tutte le uova in un solo paniere non è mai stata una strategia saggia. E mentre la Cina riapre le sue porte, un altro gigante dormiente – il mercato americano – rimane un enigma indecifrato per gli australiani”.

“Il mercato statunitense – prosegue Blake Gray – con la sua insaziabile sete di novità e la sua costante ricerca di vini autentici e storie uniche, rimane ampiamente inesplorato dall’Australia. Non perché manchino i vini di qualità, ma perché sembra che manchi l’audacia di presentarli”.

Come non essere d’accordo con il bravo giornalista di Wine Searcher, ma potremmo in qualche misura lanciare lo stesso rimprovero anche all’Italia del vino?

Sicuramente il nostro export è più diversificato rispetto a quello australiano ma di fatto il 90% del valore dei nostri vini sui mercati internazionali è concentrato in Nord America e all’interno dell’Unione Europea. Se ci confrontiamo con la Francia ci accorgiamo che il valore del loro export è del 23% negli Usa e quasi uguale in Asia, mentre noi arriviamo a quasi il 30% in Usa ma scendiamo a poco più del 7% in Asia.

Ma se poi guardiamo le percentuali di export in aree come il Centro e Sud America (2%), l’Africa (0,3%), l’Oceania (1,2%) è facile comprendere che non saremo certo come l’Australia ma è indubbio che dobbiamo per forza aumentare i nostri mercati di sbocco.

In quest’ultima direzione doveva essere molto più utile il supporto dell’Ocm vino promozione Paesi terzi, ma è sotto gli occhi di tutti il fallimento di questa misura (o meglio di come l’abbiamo applicata) su questo fronte.