Ripartono i negoziati per un accordo di libero scambio tra Australia e Unione Europea, con il nodo delle denominazioni geografiche protette al centro della discussione. Il nome Prosecco resta uno dei principali punti di tensione. Canberra chiede tutele per i produttori locali, Bruxelles difende le sue eccellenze alimentari.

Dopo un lungo periodo di impasse, le trattative per un accordo di libero scambio tra Australia e Unione Europea sono pronte a ripartire. A confermarlo è stato il ministro australiano del commercio Don Farrell, che ha annunciato la ripresa dei negoziati interrotti nel 2023 a causa di un’offerta giudicata insufficiente da parte dell’UE per l’accesso ai mercati agricoli. Ma a rendere ancora più delicato il confronto non sono solo i quantitativi di carne o zucchero, bensì la spinosa questione delle indicazioni geografiche protette (IGP) e l’utilizzo di nomi come Prosecco, feta e parmesan.

L’UE, infatti, continua a chiedere all’Australia di riconoscere la propria disciplina sulle denominazioni protette, che vincola l’uso di nomi tradizionali a specifiche regioni d’origine europee. In ballo ci sono 170 nomi di prodotti alimentari e 236 nomi di distillati per cui Bruxelles chiede tutela. Tra questi, i più discussi sono proprio feta, parmesan e Prosecco, che in Australia sono comunemente utilizzati da produttori locali.

Il nodo Prosecco è particolarmente emblematico. In Australia il termine designa il vitigno (non la denominazione), come avviene per pinot noir o shiraz. Inoltre, il trattato bilaterale sul vino siglato tra Australia e UE nel 1994 riconosce Prosecco come nome del vitigno. Solo nel 2009 l’Italia ha avviato il processo per far riconoscere “Prosecco” come denominazione geografica, trasformando quello che era un nome varietale in un marchio territoriale. Per Canberra, questo cambio in corsa rappresenta un’inaccettabile privatizzazione di un termine d’uso comune.

In altre parole, l’Australia difende il diritto dei suoi viticoltori a produrre e commercializzare vino con l’etichetta “Prosecco”, rivendicando che si tratta di una varietà d’uva ben identificata e non di un prodotto fraudolento. E cita anche precedenti come la Corea del Sud e Singapore, dove parmesan e altri termini contestati sono stati riconosciuti come nomi generici e non esclusivamente legati a un’origine geografica.

D’altra parte, l’UE rivendica la necessità di proteggere le sue eccellenze alimentari dalla “banalizzazione” dei nomi. Ma alcuni Stati come il Canada e il Vietnam hanno già trovato compromessi nel quadro di trattati simili: il Canada, per esempio, ha accettato di riconoscere la feta come IGP, ma garantendo il diritto acquisito dei produttori locali a continuare a utilizzare quel nome.

La situazione è in piena evoluzione. Il primo ministro australiano Anthony Albanese ha dichiarato nei giorni scorsi che si sta avvicinando un accordo, pur mantenendo il punto sul principio: “Solo un’intesa che rispetta l’interesse nazionale sarà firmata”. Le sue parole sono state pronunciate in occasione del vertice G7, dove ha incontrato sia la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale si è detto disponibile ad accelerare le trattative.

Secondo Albanese, due o tre questioni chiave che avevano bloccato il precedente negoziato sono ora in via di risoluzione. Tra queste, proprio la regolamentazione delle indicazioni geografiche, che vedrebbe una parziale apertura da parte dell’UE a soluzioni di compromesso. Restano ancora aperti alcuni dettagli legati alle quantità di esportazione per carne ovina e bovina.

L’accordo tra Australia e UE si presenta come un banco di prova importante non solo per i flussi commerciali, ma anche per il futuro della diplomazia alimentare internazionale. Se da una parte l’Europa cerca di difendere le sue denominazioni storiche, dall’altra l’Australia reclama la libertà di utilizzo di nomi ormai entrati nel lessico comune dei consumatori locali.


Punti chiave:

  1. Australia e UE hanno riaperto i negoziati per un accordo commerciale, dopo anni di stallo legati a quote agricole e denominazioni protette.
  2. Il nome Prosecco è un punto cruciale: per Canberra è un vitigno, per Bruxelles una denominazione geografica.
  3. L’UE chiede la protezione di 170 nomi alimentari e 236 di alcolici, tra cui feta e parmesan, usati anche dai produttori australiani.
  4. L’Australia chiede un approccio più flessibile, ispirato a modelli come quelli di Canada e Vietnam, che prevedono deroghe per i produttori locali.
  5. Il primo ministro Albanese ha dichiarato che firmerà l’accordo solo se sarà nell’interesse nazionale australiano.