Nonostante la forte ripresa in Cina dopo la rimozione dei dazi, l’export vinicolo australiano continua a calare nei principali mercati internazionali. Il report di Wine Australia evidenzia i rischi di una dipendenza eccessiva da Pechino e la necessità di strategie più diversificate e orientate alla qualità.
Dopo anni di tensione commerciale e dazi proibitivi, il vino australiano è tornato ad affacciarsi con forza sul mercato cinese. A un anno dalla rimozione delle tariffe sulle bottiglie importate, avvenuta nel marzo 2024, l’impatto è stato immediato: 96 milioni di litri esportati e oltre un miliardo di dollari australiani in valore. Secondo l’ultimo report pubblicato da Wine Australia, la Cina continentale ha generato da sola il 39% del valore complessivo delle esportazioni vinicole nel periodo aprile 2024 – marzo 2025, pur rappresentando solo il 15% dei volumi. Un divario che riflette la natura fortemente premium delle spedizioni verso questo mercato, dove il vino confezionato ha raggiunto un prezzo medio di 23 dollari al litro, il più alto tra tutti i paesi di destinazione.
Ma dietro questa ripresa apparentemente esplosiva, i dati delineano una realtà molto più sfaccettata. Nel complesso, le esportazioni verso il resto del mondo sono diminuite del 13% in valore e del 9% in volume, toccando i livelli più bassi degli ultimi dieci e vent’anni rispettivamente. Escludendo la Cina, i cali nei mercati tradizionali, Regno Unito, Stati Uniti e Canada, appaiono ancora più marcati, tanto da ridimensionare l’effetto positivo del ritorno cinese.
Nel Regno Unito, primo mercato per volumi, le esportazioni si sono ridotte dell’8% in volume e del 3% in valore. La forte dipendenza dal vino sfuso, che rappresenta il 90% degli invii, ha accentuato la flessione in un contesto di inflazione persistente e contrazione della spesa per i beni voluttuari. Negli Stati Uniti, le spedizioni sono crollate ai minimi dal 2000: 106 milioni di litri esportati per un valore di 323 milioni di dollari australiani, con un calo rispettivo del 17% e del 9%. A complicare ulteriormente lo scenario, l’introduzione di nuovi dazi del 10% annunciata dall’amministrazione Trump nell’aprile 2025, che colpisce anche il vino australiano.
Il mercato canadese offre un quadro più ambiguo. Qui, nonostante una contrazione del 19% nei volumi, si è registrato un aumento del 3% in valore, sostenuto da una crescita dei vini premium confezionati, in particolare nella provincia dell’Ontario. È uno dei pochi segnali incoraggianti fuori dalla Cina, che evidenzia come l’upscaling possa rappresentare una strategia efficace in contesti maturi.
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Nel frattempo, l’analisi della composizione dell’export conferma la centralità del vino rosso, che ha segnato +18% in volume e +62% in valore, raggiungendo una media di 5,40 AUD al litro. Al contrario, il vino bianco ha registrato un calo del 7% nei volumi, con flessioni marcate in mercati chiave come UK, USA, Canada, Germania e Nuova Zelanda. Il crescente orientamento dei consumatori verso scelte salutistiche, unito alle pressioni economiche e alla volatilità internazionale, sembra aver inciso maggiormente su questa categoria.
Nel report, Wine Australia inquadra il momento attuale nel contesto di un mondo sempre più “VUCA”, volatile, incerto, complesso e ambiguo, dominato da tensioni geopolitiche, politiche commerciali instabili e trasformazioni nei modelli di consumo. All’interno di questa cornice, si riconosce l’impatto positivo del ritorno della Cina, ma si invita il settore a non adagiarsi su una sola direttrice commerciale. La concentrazione del valore export su un unico mercato comporta infatti rischi strutturali, specie in un’epoca in cui gli equilibri globali possono cambiare rapidamente.
A conferma di ciò, lo stesso documento evidenzia come, rispetto al periodo precedente all’introduzione dei dazi, i volumi verso la Cina restino significativamente inferiori: 23% in meno rispetto alla media 2016, 2020, e 44% in meno rispetto al picco del 2018. Un dato che si inserisce in una tendenza più ampia: il mercato cinese del vino si è ridotto di oltre due terzi in cinque anni, passando da 146 a 47 milioni di casse da 9 litri.
Anche nel resto dell’Asia, esclusa la Cina, si osserva una contrazione generalizzata: 6% in volume e 27% in valore, con Hong Kong, Singapore e Giappone tra i mercati più colpiti. In Europa, i risultati sono più eterogenei: accanto alla crescita in Polonia e Svizzera, si registrano cali a doppia cifra in paesi come Olanda, Germania e Francia.
All’interno del report, Paul Turale, General Manager di Wine Australia, sottolinea che, in questo contesto, la chiave per affrontare l’incertezza risiede nella capacità di differenziare i mercati e valorizzare i propri punti di forza. Una dichiarazione contenuta nel documento che rispecchia un’esigenza ormai evidente, costruire strategie meno esposte ai rischi di singola dipendenza.
E se l’Australia presenta caratteristiche specifiche, come l’elevata esposizione al mercato cinese, le tendenze delineate nel report parlano chiaramente anche a molte altre realtà vinicole nel mondo. In uno scenario segnato da instabilità economica, crescente protezionismo e cambiamenti strutturali nei consumi, diversificare, puntare sulla qualità e investire nel lungo termine può non essere solo una priorità australiana, ma una sfida comune per l’intera filiera globale del vino.
Punti chiave:
- La Cina vale il 39% del valore export ma solo il 15% dei volumi.
- Esportazioni in calo nei mercati storici come USA, UK e Canada.
- Il vino rosso cresce, il bianco soffre ovunque.
- Il mercato cinese resta molto sotto i livelli pre-dazi.
- Wine Australia: diversificare è vitale per ridurre i rischi.












































