La Corea del Nord ha importato 157.393 litri di vino dalla Cina nei primi sette mesi del 2025, diventando il secondo mercato per il vino cinese. Emerge un paradossale mercato a due facce: importazioni ufficiali a basso costo e contrabbando di lusso per l’élite, affiancato da una piccola produzione locale.

Quando si pensa alla Corea del Nord, il vino non è certo il primo prodotto che viene in mente. Eppure, dietro la cortina di isolamento e sanzioni, esiste un mercato vitivinicolo.

Un recente articolo di MyNews – When North Koreans raise a toast, it’s increasingly Chinese wine, as import volume surges – riporta, infatti, che nei primi 7 mesi del 2025 la Corea del Nord ha comprato 157,393 litri di vino dalla Cina. Questo dato funge da catalizzatore per un’analisi più profonda, svelando una realtà complessa.

Il canale ufficiale: la Cina come fornitore privilegiato

Pyongyang è la seconda destinazione per il vino imbottigliato cinese, subito dopo Hong Kong.
In termini di valore, la Corea del Nord si è classificata quinta con acquisti per un totale di 544.980 dollari USA, dietro Hong Kong, Singapore, Macao e Francia. 

Questo boom non deve, però, essere frainteso come un’apertura del governo di Pyongyang al lusso globale. Tuttavia, mentre l’Unione Europea dal 2017 ha inserito vino e distillati nella lista dei beni di lusso vietati, la Cina non applica le stesse restrizioni. 

Questa discrepanza normativa crea zone grigie che vengono sistematicamente sfruttate, permettendo a Pechino di diventare il fornitore quasi esclusivo di vino a basso e medio costo per il vicino. 

Parallelamente al flusso commerciale ufficiale, diverse inchieste giornalistiche (tra cui l’interessante analisi del New York Times intitolata How North Korea’s Leader Gets His Luxury Cars) e report delle Nazioni Unitedocumentano da anni l’esistenza di canali alternativi per l’approvvigionamento di beni di lusso. Il ruolo della Cina non si limita quindi all’esportazione diretta, ma si estende a quello di potenziale hub di transito per prodotti di origine terza.

Sebbene le informazioni specifiche sui consumi dell’élite nordcoreana rimangano spesso non verificabili, diversi rapporti internazionali suggeriscono che i dirigenti del regime mantengano accesso a prodotti occidentali di alta gamma, inclusi vini e champagne francesi, il cui valore unitario supererebbe significativamente le soglie previste dalle sanzioni internazionali.

Esiste quindi un “doppio mercato” del vino: uno “ufficiale” e a basso costo, dominato dalla Cina, e uno che lavora dietro le quinte, destinato a soddisfare i gusti occidentali dell’élite. 

La produzione interna

Eppure, l’aspetto più sorprendente di questo quadro è forse l’esistenza di una produzione vinicola interna. 

Sebbene la coltivazione di Vitis vinifera sia quasi impossibile per ragioni climatiche e tecnologiche, la Corea del Nord vanta una tradizione nella produzione di bevande alcoliche fermentate da frutti e piante locali. Tra queste spicca il meoru, un vino ottenuto dalla Vitis amurensis, un’uva selvatica resistente ai climi rigidi. 

Accanto ai flussi di importazione, esiste, dunque, una realtà vitivinicola nordcoreana, seppur di nicchia e poco conosciuta all’estero, che dimostra una ricerca di autosufficienza. Questa produzione locale, probabilmente destinata a un consumo unicamente interno, aggiunge un ulteriore livello di complessità a un mercato che si rivela molto più sfaccettato di quanto i soli dati sull’import possano suggerire.


Punti chiave

  • Importazioni record: Corea del Nord seconda destinazione mondiale per vino cinese imbottigliato
  • Doppio mercato: canali ufficiali economici e contrabbando di vini di lusso occidentali
  • Sanzioni selettive: UE vieta vino dal 2017, Cina continua esportazioni senza restrizioni
  • Produzione interna: esistenza di vini locali da uve selvatiche resistenti al clima rigido
  • Hub cinese: Pechino funge da transito per prodotti di lusso destinati all’élite